Nella mappa della nuova (vecchia) Europa tutti i "sovranismi" hanno i loro confini

Non un ritorno alle «piccole patrie», ma una visione più vasta del continente

Chi sono i «sovranisti»? In cosa si differenziano dai vecchi nazionalisti? E dai «populisti»? Sono domande lecite e impellenti, visto che il termine ha fatto irruzione da poco nel dibattito politico-culturale per indicare una serie di partiti e movimenti emergenti in molti Paesi europei (e non solo). Per rispondere ad esse, Francesco Giubilei, che è sicuramente oggi uno degli intellettuali più vivaci della generazione al di sotto dei trenta anni, ha scritto un libro diviso in tre parti: una prima teorica, tesa a una necessaria chiarificazione concettuale e lessicale; una seconda che costituisce una vera e propria mappa ragionata delle formazioni sovraniste dei diversi Paesi europei; una terza più propriamente politica che si pone la domanda se la creazione di una «internazionale sovranista» sia una opportunità o una contraddizione in termini, e quindi una «utopia».

Il volume si intitola Europa sovranista. Da Salvini alla Meloni, da Orbán alla Le Pen ed è pubblicato da Giubilei Regnani (pagg. 268, euro 17). Il suo pregio maggiore consiste nell'usare una metodologia avalutativa e di potersi perciò considerare, pur nella semplicità del suo dettato, il primo testo scientifico complessivo sull'argomento. Generalmente, infatti, i sovranisti non sono presi sul serio, e quindi non studiati e compresi ma considerati pregiudizialmente come l'espressione di un «razzismo» o una «xenobia» latente nelle nostre società. Nulla di più falso, così come è falso che i sovranisti non siano europeisti. Se Marine Le Pen dice che il suo partito non sta «combattendo contro l'Europa ma contro l'Ue che è diventata un sistema totalitario», le sue parole vanno prese assolutamente sul serio. Il sovranismo, infatti, non va inteso come un ritorno impossibile all'atomismo delle piccole patrie, ma come una affermazione di una idea plurale e più «democratica» di Europa. Il rispetto delle tradizioni, delle diversità culturali, degli usi e costumi dei popoli e delle nazioni del nostro continente vuole essere prima di tutto una lotta contro il conformismo e l'omologazione culturale. Così come l'affermazione della sovranità nazionale vuole anche significare il riavvicinamento del potere impersonale che domina oggi il mondo ed è rappresentato dalle élite cosmopolite alle esigenze e ai bisogni concreti dei cittadini.

Ovviamente, il paesaggio sovranista è variegato e non facilmente riducibile ad unità, ma esso segnala la necessità di una nuova sintesi politico-culturale che superi quella fallimentare che ha accompagnato i primi decenni della globalizzazione. Essendo la storia sempre il palcoscenico di élite in competizione fra loro, Giubilei, abbandonato l'abito scientifico, perora alla fine del suo libro la creazione di una classe dirigente sovranista e conservatrice a livello internazionale. La sua «parola d'ordine», sottolinea, dovrà essere «meritocrazia» e dovrà essere formata a tutti i livelli da «persone capaci che siano in grado di scardinare un sistema» politico-culturale «che si è stratificato e consolidato ormai da troppi anni».

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