"Nella polvere" del deserto Osborne ci mette a nudo

Nel romanzo, ambientato in Marocco, lo scrittore fa a pezzi pregiudizi, vizi e politicamente corretto.

"Nella polvere" del deserto Osborne ci mette a nudo

È facile, e anche piacevole, lasciarsi trascinare Nella polvere (Adelphi, pagg. 286, euro 20; traduzione di Mariagrazia Gini) da Lawrence Osborne, lo scrittore che i critici inglesi amano definire il nuovo Graham Greene, il quale, del resto, è uno dei suoi modelli letterari, in ottima compagnia con Evelyn Waugh, Daphne du Maurier, Patricia Highsmith, Jean Rhys, Tanizaki e Simenon. In realtà, Nella polvere è il secondo romanzo di Osborne (il quale, dopo l'esordio, per 28 anni non ha pubblicato nulla e si è dedicato al giornalismo e ai reportage di viaggio) ed è uscito nel 2012, quando il più dandy degli scrittori contemporanei si era già trasferito a Bangkok, dove vive, e alla quale ha dedicato uno dei suoi saggi/memoir di maggiore successo, Bangkok (sempre Adelphi, come tutti i suoi libri). Ed è una coincidenza singolare visto che, a differenza di altri suoi romanzi, come Cacciatori nel buio o La ballata di un piccolo giocatore, Nella polvere non è ambientato nel Sud Est Asiatico, bensì in Marocco: un altro dei numerosi Paesi in cui Osborne ha vissuto, da viaggiatore British qual è. Del viaggiatore British, però, specialmente quello di epoche più antiche, Osborne fa a pezzi il cliché e i pregiudizi, perché nulla, dal politicamente corretto dell'occidentale pieno di senso di colpa all'arroganza dell'occidentale pieno di senso di superiorità, sfugge alla sua penna precisa, inesorabile, quasi perfida, a volte.

Per certi versi, Nella polvere ricorda il più recente L'estate dei fantasmi, in cui due giovani turiste ricche si ritrovano su un'isola greca e cercano di aiutare un profugo; però fra le strade sabbiose e asfissianti del Marocco succede il contrario: una coppia inglese, David, medico con problemi di alcolismo e Jo, scrittrice di libri per bambini, investe e uccide un ragazzo marocchino. È stato solo un incidente, per colpa del buio pesto, oppure lui era ubriaco? E davvero quel ragazzo tentava di rapinarli, come sostiene David? E chi era quel giovane che si era piazzato in mezzo alla strada, in piena notte, cercando di vendere fossili? E l'amico che era con lui, che fine ha fatto?

Tutte queste domande, e molte altre, trovano risposta nel corso del libro che, come spesso accade nel caso di Osborne, comincia con apparente leggerezza - due turisti inglesi ricchi, lui un po' intollerante e lei un po' buonista e un po' femminista come da copione - e poi, lentamente ma senza sosta, si trasforma in quello che lo stesso Osborne ha definito un «noir meditativo», in cui l'elemento davvero angosciante non è nella risoluzione del mistero, bensì nel mistero che alberga in noi stessi e che, in certe situazioni, trova sorprendentemente sbocco. E, a quel punto, non c'è modo di fermarlo, come non c'è modo di interrompere il corso degli eventi, di quella «sensazione di sciagura imminente» che non lascia scampo, ai protagonisti come ai lettori.

Lasciamo il trombone David e la rigidina Jo per strada, a travolgere un ragazzo, e li ritroviamo in uno ksar, un antico villaggio berbero che due loro amici, Richard e Dally, un inglese e un americano, hanno ristrutturato con gusto discutibile ma sicuramente sfarzosissimo: è lì che i due erano diretti, perché in quello ksar disperso nel deserto si tiene una festa, che ogni anno per tre giorni attira ospiti da tutto il mondo ed è un evento mondano adorato dai giornali di gossip. Insomma, una festa vip, dove i fiumi di droga, champagne, superalcolici, tartine, thè, miele, fragole e di qualsiasi prelibatezza sia quasi impossibile trovare in Marocco scorrono ininterrotti, per un lungo weekend di perdizione. E perdizione sarà, altroché, soprattutto per i due protagonisti, che si ritrovano a fare i conti con i loro desideri più nascosti e i loro lati più oscuri.

Innanzitutto, si presentano ai camerieri in ghingheri con un cadavere nel baule. Poi tocca a Richard, vero deus ex machina della festa e dello ksar, col supporto indispensabile del fedele (ma chissà se sarà poi così fedele...) Hamid, gestire la situazione: chiamare la polizia, oliare i meccanismi della corruzione, gestire i rapporti con il personale, tutto del luogo e, quindi, inviperito con gli «infedeli» che hanno schiacciato un musulmano «come una mosca». Soprattutto, Richard deve cercare di capire se David, quell'ubriacone pieno di sé, abbia detto tutta la verità, o nasconda qualcosa.

E, mentre la vicenda segue il suo corso senza possibilità che David e Jo sfuggano al loro destino, gli ospiti si divertono fra esagerazioni, lussi, mangiatori di fuoco, bagni in piscina, giri a cavallo, donne bellissime e disponibili, banali discorsi sulle colpe degli occidentali, ridicole imitazioni delle mode locali, commenti provocatoriamente intolleranti, tappeti, sigari, cocaina, ghiaccio, granelli di sabbia che entrano in qualsiasi poro... Fino a che appare, in tutta la sua maestosità e incomprensibilità, il padre del ragazzo morto. E allora a David tocca tentare di ottenerne il perdono (The Forgiven, «il perdonato» è il titolo originale), al di là dei reciproci pregiudizi. Ma è possibile ricevere davvero il perdono, soprattutto senza averlo mai chiesto? Nella polvere c'è la risposta.

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