Una, nessuna, centomila Vitti. Tutte le "sue" donne al cinema

Eleonora Marangoni nel volume "E siccome lei" racconta i 47 personaggi femminili interpretati dalla grande attrice

Anche solo a leggere i nomi delle donne dei suoi personaggi, così, tutti insieme nell'indice del libro, un mondo si apre e con esso una certa Italia e un'epoca: Adelaide, Annalisa, Armanda, Assunta, Boccadoro, Giuliana, Isolina, Ofelia, Raffaella, Susanna, Teresa, Tosca, Vittoria Figuriamoci se poi a qualcuno gli venisse in mente di continuare il racconto di quei personaggi fuori dai rispettivi film. Monica Vitti, che li ha interpretati, tornerebbe ancor più vivida nel nostro teatro della memoria. E così, come in un (meta)cinema espanso, avviene il miracolo, grazie alla trentasettenne romana Eleonora Marangoni, non a caso di sensibilità proustiane nei precedenti libri, che, nello splendido E siccome lei, appena pubblicato da Feltrinelli (254 pp., 17 euro), s'inventa 47 capitoli, 47 personaggi di donne interpretate da Monica Vitti in 35 anni di carriera. Ed è uno degli omaggi più dolci, profondi e pieni di senso che si potesse immaginare per una delle nostre interpreti più grandi che in questi giorni ha compiuto 89 anni ma che dal 2002 non appare più in pubblico. Non certo per scelta ma per «una malattia tipo Alzheimer che si infiltra e sbriciola la memoria», come ha confidato al Corriere della Sera il marito Roberto Russo (47 anni insieme, sposati nel 2000). Ma se lei già lo scriveva che «la memoria è una truffa», ora con questo libro abbiamo la possibilità di trascorrere ancora del tempo presente insieme.

Scrive l'autrice: «Mi sono chiesta come passa le giornate una a cui fanno male i capelli, cosa pensa Valentina Gherardini quando la festa finisce e lei rimane sola; ho passato un pomeriggio al chioschetto di fiori di Adelaide Ciafrocchi, e ho accompagnato Dea Dani in America» (nell'ordine: Deserto Rosso e La notte di Antonioni, Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Scola e Polvere di stelle di Sordi). E siccome lei restituisce le varie anime della «fatalona comica», come la chiamava Mario Monicelli, alla pari dei film dove, nonostante un'incredibile eterogeneità dei registi e dei registri (Dino Risi la diresse nel 1971 in Noi donne siamo fatte così in cui interpreta dodici personaggi diversi), ci identifichiamo sempre con l'attrice, in un gioco tutto nostro di commistione tra arte e vita, un po' come diceva Marcello Marchesi: «Monica Vitti è una matta che si crede di essere Monica Vitti».

Già in quel nome c'è un caleidoscopio di lei, c'è rimosso quello vero, Maria Luisa Ceciarelli («Che è un po' burino», commentava autoironica), c'è quello Monica della protagonista del romanzo che nel 1953 stava leggendo seduta al tavolino di un bar romano, e c'è «la metà del cognome di mia madre, Vittiglia». Eccola Monica Vitti che si era già messa in testa che mai avrebbe voluto recitare «come Gassman, non volevo essere un'altra, volevo essere me stessa». E lei è la sua voce rauca, «delicata ma non smunta, sensuale e al tempo stesso algida, ottimista e problematica, aristocratica e popolana», come dice l'autrice del libro che immagina Assunta, La ragazza con la pistola di Monicelli, abbandonare la vendetta, Dea Dani di Polvere di stelle di Sordi andare per davvero in America «e senza bisogno di alcun marinaio», oppure Claudia perdersi di nuovo in un isolotto come in L'avventura di Antonioni per poi però ritrovarsi. C'è una vena ispirata, viene da pensare a Racconti romani di Moravia, in questi brevi scritti che a volte sono lettere (d'amore, quelle di Raffaella a Valerio Mantovani di Amore mio aiutami di Alberto Sordi, eh no non è più epoca di botte: «Io ho paura che resterò famosa per le botte. Come le prendo io non le prende nessuno. E ne ho prese tante» diceva l'attrice), altre un diario (Luisa di Non ti conosco più amore di Corbucci tiene un taccuino di autoanalisi per annotare ciò che gli dà fastidio del marito ed è spesso vuoto, pieno di puntini, dopo mattina, pomeriggio o sera), oppure un elenco parafernale degli oggetti in casa (Hèléne di Il fantasma della libertà di Buñuel), o un almanacco del 1978, l'anno di Angela di Ragione di Stato di Cayatte.

Poi c'è il racconto iniziale, fulminante, in cui Adelaide di Dramma della gelosia di Scola legge una scritta di una pubblicità e si chiede: «A chi devo dire grazie?. Certo non a Oreste Nardo, e neppure a Nello Serafini. Men che mai a quel poveraccio di Amleto Di Meo» (subito un libro anche sui nomi maschili della commedia all'italiana!), ma ai crisantemi che lei, fioraia, conosce bene e che da noi hanno un'aria da funerale «solo perché fioriscono a novembre», mente la signora inglese che glieli compra a mazzi spiega che «sono i fiori degli eventi speciali, delle giornate da festeggiare».

Come queste, in cui Monica Vitti, una nessuna e centomila (come peraltro l'autrice del libro), è con noi.

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