Niente ci spiega l'Europa come il gioco del calcio

Ci sono atleti che incarnano alla perfezione lo spirito di un popolo. Baggio è l'arcitaliano

Niente ci spiega l'Europa come il gioco del calcio

Parlare di Europa oggi significa districarsi tra leggi, banche, restrizioni, politica economica, tutto tranne il vero humus europeo.

Eppure il Vecchio Continente è stato per secoli guida intellettuale e spirituale per tutto il mondo: a volte prevaricatori, a volte illuminati, di fatto nulla si muoveva senza fare i conti con le grandi potenze e le grandi intelligenze europee.

Ora che siamo diventati una colonia, americana prima e, temo, cinese ora, abbiamo poche cose delle quali andare fieri: per esempio, ci rimane il calcio.

Americani e cinesi potranno comprare le nostre squadre (chi scrive è interista...) ma non la nostra Storia, nella quale tutt'al più possiamo confrontarci con il Sud America, tra la atavica genialità brasiliana, la compattezza argentina (con il surplus Maradona) e la garra charrua uruguagia.

E allora immergiamoci nelle nostre qualità, nelle nostre diversità, ricordandoci che ci sono stati moltissimi campioni che ci hanno fatto sognare, rimanere o ritornare bambini, assaporando sensazioni forti e irrazionali.

Non sono pochi quelli che hanno rappresentato perfettamente le caratteristiche del loro luogo di provenienza, diventando non solo icone, ma anche ambasciatori di un modo di concepire la vita.

Se devo rappresentare la monolitica attitudine alla battaglia e alla sofferenza del popolo tedesco penso immediatamente a Lothar Matthäus: per lui essere centrocampista voleva dire andare là dove c'era bisogno di aiuto, pronto a difendere e interdire per poter conquistare quel pallone che da pericolo diventava arma letale. Il possesso avversario era per lui un affronto e un momento di dolorosa attesa, bisognava riprendere al più presto il controllo delle operazioni: solo allora scattava il sacro furore, la spinta verso quella porta da violare a tutti i costi.

«La miglior difesa è l'attacco» incarnava il suo principio, il suo scopo era creare una testuggine capace di assecondare il suo atavico e sacro furore, la fascia di capitano erano i gradi di un comandante, che formava il carattere dei suoi compagni.

Quando penso alla Francia mi vengono in mente i moschettieri, spacconi, sicuri di sè, capaci di coniare un aggettivo sostantivato, guascone che esprime perfettamente il loro spavaldo atteggiamento: la loro incarnazione predatoria è sicuramente Eric Cantona, un personaggio letterario che ha usato il suo talento calcistico per esaltare il suo ego smisurato.

Ogni suo gesto, dal colletto alzato alle regali esultanze, era teso ad affermare la sua superiorità: le sue giocate geniali ed irridenti contenevano un «io vedo ciò che a voi sfugge». Non ricordo di averlo mai visto contorcersi dolorante a terra, non conosceva paura e dubbio.

Il suo post-carriera è stato un consolidamento della sua leggenda, sia come attore (grandissimo) che come commentatore di partite e costumi: «Je suis Cantona» è la versione francese di «io so' io e voi...» di albertosordiana memoria.

Più complesso scegliere un giocatore simbolo per l'Inghilterra, che spesso è classe, e allora penso a Bobby Charlton, ma anche attacco pungente, e in quel caso dovrei citare Alan Shearer.

Ma molti inglesi di mia conoscenza sono geniali e intemperanti, ed ecco palesarsi Paul Gascoigne, vera rockstar prestata al calcio. Alla fine però vanno privilegiati l'aspetto pugnace, lo spirito di squadra, la lealtà e l'abnegazione, tutte qualità in possesso di Steven Gerrard.

Il suo sguardo pulito, da condottiero, il suo aiutare i compagni senza rinunciare alle responsabilità fanno di lui la perfetta incarnazione della limpida e incrollabile autostima degli inglesi.

Ha combattuto, ha perso e ha vinto, il suo sguardo è sempre stato proiettato al futuro, quello immediato, che voleva dire palloni conquistati e difesi, assalti all'arma bianca e chirurgici tiri da lontano, e quello più lontano, con obiettivi e traguardi da raggiungere: God save Steven!

Ora voglio pensare all'Italia, la cosa più difficile. Abbiamo caratteristiche diverse, spesso in conflitto tra loro, troppe volte improvvisati, cialtroni e opportunisti, abbiamo spesso prestato il fianco a critiche velenose, trattati con sufficienza, disprezzati e sottovalutati.

Eppure siamo il Paese con il più grande patrimonio artistico del mondo, abbiamo visto nascere e operare geni assoluti in tutti i campi, arte, musica, scrittura, cultura!

Spesso penalizzati dalla nostra scarsa autostima, siamo derisi e bacchettati in pubblico spesso per nascondere segrete invidie e ammirazioni...

E allora tra i tanti campioni del calcio che ci hanno regalato rivincite e rivalse, tra i grandi leader, da Valentino Mazzola a Gigi Riva, da Rivera a Totti, scelgo un ragazzo non particolarmente dotato fisicamente, poco incline al ruolo di capopopolo, con meno trofei in bacheca di altri, che però ha fatto sognare i tifosi delle sue tante squadre senza mai attirarsi il livore degli antagonisti.

Sto parlando di Roberto Baggio, quello che vedeva giocate impensabili ai più, che si insinuava tra gli avversari e inventava traiettorie sconosciute, ma anche quello che sbagliò il rigore di Pasadena. Quello che regalò a Lippi una qualificazione alla Champions con due gol incredibili, dopo essere stato umiliato per un anno di fila. Quello che trascinato Fiorentina, Juve, Milan e Inter, ma ha tenuto in piedi Bologna e Brescia, con gente che andava allo stadio solo per vedere lui.

Quello adorato anche dai tifosi avversari e detestato da molti suoi allenatori che sapevano di essere offuscati dalla sua classe e dalla sua personalità.

Ecco l'uomo giusto: come noi italiani sempre sull'orlo del naufragio (ricordate la partita con la Nigeria?) ma capace di trovare un rimedio estraendolo dal suo grande cuore e dalle sue malandate ginocchia.

Tutti, almeno una volta, abbiamo sognato di essere lui, tutti, almeno una volta, siamo riusciti a salvarci in extremis.

Perché tutti, almeno una volta, siamo stati degli artisti.

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