Oakeschott, da filosofo politico, capì che la politica non si fa a colpi di filosofia

Tradotti in Italia i suoi studi sul rischio del razionalismo contemporaneo

Stando a diverse testimonianze, dalla personalità e dallo stile di vita di Michael Oakeschott (1901-1990) promana un sapore di cose antiche, di Old England per capirci. Schivo, riservato, attento nel vestire ma con lo stile di un gentiluomo di campagna quale voleva in fondo essere ed era, passava le giornate immerso nelle sue letture e riflessioni. Ma anche in amabili e raffinate conversazioni con le persone colte e con le tante donne che dal suo eloquio erano affascinate.

Non ha mai curato particolarmente la sua immagine o visibilità pubblica, pur ricoprendo dal 1948 fino alla pensione una delle più importanti cattedre del Regno Unito: quella di Scienza Politica della London School of Economics, a cui era stato chiamato, su suggerimento di Hayek, lui conservatore e liberale, da un board accademico progressista ma illuminato. Fumava rigorosamente la pipa, aveva qualche tocco di eccentricità, o non conformismo, mai sbracato però, come pure si addice al vero gentlemen. Non gli mancava l'ironia, né la freddura di cui qualche volta condiva pure i suoi scritti. Pubblicò persino una guida semiseria alle corse di cavalli: come pronosticare giusto nel concorso di Derby. Non ha pubblicato in vita molti altri libri, sostanzialmente solo due monografie, collocate significativamente all'inizio e alla fine del suo percorso di studio, entrambe di filosofia teoretica e generale: Experience and its modes, nel 1933, e Sulla condotta umana, del 1975. E poi una buona mole di saggi, che si affiancano a un'infinita di carte che solo ora vengono sistemate e pubblicate. La più importante raccolta di suoi saggi, quella che gli dette notorietà nel mondo culturale e scientifico, è sicuramente Razionalismo in politica e altri saggi, del 1962, che esce finalmente ora in traduzione italiana, a cura di Giovanni Giorgini, per i tipi dell'Istituto Bruno Leoni (pagg. 284, euro 20). Un filo rosso percorre tutta l'opera di Oakeschott, in primo luogo questi saggi, che lo fanno andare al cuore del problema politico contemporaneo: l'indisponibilità della filosofia e della teoria per l'attività pratica. «Dovremmo ascoltare i filosofi solo quando parlano di filosofia», è la celebre chiusa del suo primo libro. Ove aveva anche detto di non seguire i «divertimenti domenicali» di filosofi in libera uscita verso il mondo di Utopia. Ed è questa anche la cifra autenticamente liberale del pensiero di Oakeschott, che si svolse in un secolo che proprio all'Idea, in primis di un Mondo e di un Uomo Nuovo, aveva tragicamente sacrificato le proprie energie morali ma anche intellettuali. D'altronde, si tratta di un processo di lunga data, che coincide con la modernità e che Oakeschott definisce «razionalismo in politica», smontandolo radicalmente nel saggio che dà il titolo al volume. Nel teorizzare il non passaggio fra pensiero e azione, egli è stato il più radicale di tutti i liberali novecenteschi, aiutato sicuramente dal fatto di essere filosofo e per di più idealista . Bene fa Giorgini nella sua introduzione ad insistere sui tratti hegeliani del pensiero oakeschotiano. Fra i saggi presenti in questo importante libro c'è anche il testo di una conferenza tenuta nel 1956: Cosa significa essere conservatori. In essa, Oakeschott afferma che si può «essere conservatori riguardo al governo e radicali rispetto a ogni altra attività». In questo modo, egli certifica la superiorità della vecchia rule of law, del diritto consuetudinario inglese, contro ogni ideale regolatorio e normativo della vita umana che domina invece la politica e la giurisprudenza continentali. E che ora si è avvolto in una soffocante burocratizzazione su base politically correct del mondo. «La politica razionalistica -scrive- è la politica del bisogno momentaneo interpretato dalla ragione e soddisfatto secondo la regola di un'ideologia: è la politica del libro». Perfezionismo e paternalismo, il mito dell'uniforme e quello del conforme, ne sono i deleteri corollari. Conservatore è invece chi sa apprezzare l'ordinario corso delle cose, che non è necessariamente ordinato. «Il monotono scrive con aristocratica sprezzatura - non è necessariamente disprezzabile».