Coronavirus

Paolo Crepet: "Ho più di 65 anni, per il governo dovrei stare chiuso in gabinetto"

Lo psichiatra, intervistato su Radio Cusano Campus, analizza i rapporti umani e la gestione del panico al tempo del coronavirus: "Un Paese serio non fa 17 conferenze stampa al giorno, questo è vomitevole"

Paolo Crepet: "Ho più di 65 anni, per il governo dovrei stare chiuso in gabinetto"

Media e politica hanno creato caos e panico: lo psichiatra Paolo Crepet non ha dubbi. Intervistato su Radio Cusano Campus da Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti, lo psicoterapeuta analizza l’Italia preda del panico da coronavirus, e racconta come la paura del contagio abbia cambiato le abitudini degli italiani e i rapporti umani.

"Secondo il governo – dice Crepet ai microfoni del programma L’Italia s’è destadovrei essere chiuso nel gabinetto e mi dovrebbero passare la minestrina da sotto la porta perché ho più di 65 anni. Questo si chiama panico. È evidente che tutto questo ha un senso per chi è sintomatico, per chi non è sintomatico vuol dire paralizzare la nazione. Che facciamo? Andiamo col metro sui mezzi pubblici per stare a distanza di sicurezza? Allora chiudiamo tutto, se il presidente Conte ha un tesoretto tale per cui a giugno rifonde le centinaia di migliaia di miliardi di danno, ce lo dica".

Il coraggio, diceva Oriana Fallaci, è fatto di paura. Ma il coraggioso, sembra aggiungere Crepet, non è una persona sconsiderata. "Un Paese serio – tuona lo psicoterapeuta – non fa 17 conferenze stampa al giorno. Questo è vomitevole. Che ogni segretario piuttosto che sottosegretario si permetta di fare la sua conferenza stampa come se fossimo diventati tutti virologi, dopo che abbiamo combattuto una battaglia per far fare i vaccini ai nostri bambini. Un Paese serio ha un’autorità sanitaria suprema che fa ogni giorno il bollettino: questo signore deve essere l’unico a parlare, tutti gli altri devono stare zitti".

Paolo Crepet: "Basta comunicazione falsa"

Crepet testimonia la sua storia personale: il sociologo vive a Roma, nel quartiere Trastevere, cuore pulsante della movida capitolina. Rivela di essere andato tranquillamente al cinema, al ristorante e al museo, senza vedere quello che mostra la televisione. "Una trasmissione Rai in cui ero ospite – puntualizza – ha fatto vedere un ristorante dove non ci sono neanche i coperti né un cameriere. L’immagine che dai è quella della peste veneziana. Questo è falso, è comunicazione falsa. Tu non puoi rappresentare solo quello".

Il saggista teme che questa cattiva comunicazione possa causare un effetto a catena dal quale sarà davvero difficile uscire. "Abbiamo cancellato Vinitaly – sostiene – ma perché lo facciamo? Perché adesso la mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale verrà posticipata? Dove ci sono i focolai bisogna chiudere, ma solo lì. Perché i giornalisti scrivono due casi a Roma quando sono due casi a Pomezia? Pomezia è un paesotto circoscrivibile, Roma è una metropoli impossibile da circoscrivere e avrebbe una devastazione mondiale".

Crepet sottolinea che è necessario fare una differenza tra le bufale e la verità e tra i tanti, ammonisce anche un suo caro amico: Vittorio Sgarbi. "Meglio che parli di Michelangelo – conclude il professore – e lasci stare i virus.

Quando dice che a Codogno non c’è il virus fa dei danni, perché il virus a Codogno c’è. Quando ci saranno anticorpi a Codogno, saranno sani e salvi. E questo accadrà perché i tempi non sono infiniti".

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