Quando Feuchtwanger guardò in faccia il diavolo. E credette di più in Dio

Tradotto il libro sulla sua esperienza vissuta nel '40 nel campo di internamento di Les Milles

L'uomo che sta morendo, il 21 dicembre del 1958, nel dorato esilio californiano, ha orecchie elfiche, occhiali tondi e uno sguardo da felino. Ha la placida, biblica certezza che con le parole si possa risolvere tutto, che della vita, in fondo, conta il racconto. Lion Feuchtwanger (1884-1958), in punto di morte, può dire di avere vissuto nello schianto della contraddizione. Nato a Monaco di Baviera da ebrei osservanti, vent'anni prima di morire era stato al cospetto di Stalin; nel 1933 Hitler l'aveva eletto «nemico personale», garantendo eternità ai suoi libri passandoli al rogo. Il suo romanzo più celebre, Süss l'ebreo, pubblicato nel 1925, fu tramutato tragica ironia nel manifesto del cinema antisemita: il film omonimo, diretto da Veit Harlan nel 1940, sotto ispirazione di Joseph Goebbels. Quello stesso anno Feuchtwanger, trasmigrato da tempo in Francia, viene arrestato. Il suo nome è risonante. Sui giorni dell'internamento a Les Milles, Feuchtwanger scrisse un libro, Il diavolo in Francia (ora tradotto da Einaudi, pagg. XVI+264, euro 19,50; prefazione e cura di W. Goldkorn), che riesce a cavare una sonorità «da camera» dalla tragedia, pare di ascoltare una fiaba grigia con Schumann in sottofondo («La mia gioiosa attesa di Dio non è diminuita, mentre è diminuita, posso dirlo, la mia paura del Diavolo. Ho dovuto far esperienza del fatto che l'insipienza e la malvagità degli uomini sono spaventevoli e profonde come i Sette Mari»). All'epoca, Feuchtwanger ha già scritto i libri più celebri I fratelli Oppermann, Esilio, ad esempio da cui sono tratti film di rilievo (nel 1934 Lothar Mendes filma una versione di Süss l'ebreo con Conrad Veidt); è molto noto anche in Italia. Dal 1933 lo pubblica Mondadori, nella mitica Medusa. «Non c'è bisogno certo di fare la presentazione di questo notissimo scrittore ebreo tedesco, che ha visto la sua fama spargersi in tutto il mondo», sviolina la Nota informativa del reportage Mosca 1937, stampato da Mondadori nel 1946, nella collana Arianna. Il libro di questo atleta della parola, esule dalle asperità del mondo, amico e collaboratore di Bertolt Brecht, scontentò tutti. Negli anni delle purghe staliniane, Feuchtwanger uscì con un testo che elogiava il sistema sovietico: «Nella sua permanenza a Mosca, nei suoi contatti personali con Stalin, assistendo a rappresentazioni pubbliche, interrogando persone, spettatore anche del famoso processo contro i trotzkisti, Feuchtwanger ebbe a modificare le sue prevenzioni in un senso che confina con l'ammirazione, se pur condizionata».

Eppure, a cavar fuori dal campo francese lo scrittore non furono i sovietici ma gli americani, nella figura del viceconsole Miles Standish. «Gli americani non possono vedere una donna piangere», ricorda Marta, la ragionevole e scaltra moglie di Feuchtwanger, nell'ultimo capitolo del libro, scritto di suo pugno, «La fuga». L'ardito Standish rapì Feuchtwanger dal campo, lo fece addobbare da donna e al fatale posto di blocco, con magnetica fermezza, accennò allo scrittore, nel sedile di dietro, dicendo, «è mia suocera». Come in ogni film che si rispetti, l'eroe si dileguò. «Quando Lion, giunto a Marsiglia, uscì dall'auto, ancora camuffato, davanti alla casa del console trovò me ad attenderlo. Miles Standish scomparve, e non lo vedemmo più. Ci pregò di aspettare a ringraziarlo quando fossimo arrivati in America. Nessuno mi seppe dare il suo indirizzo».

In America i coniugi Feuchtwanger vivranno a Villa Aurora, Pacific Palisades; grazie alla sinuosa gentilezza di Marta, passeranno di lì Schönberg e Werfel, Brecht e Charlie Chaplin. A causa di quel libro sul regime sovietico, Feuchtwanger ottenne con difficoltà la cittadinanza statunitense: fu sorvegliato dall'Fbi e mitizzato dalla Ddr.

Ne Il diavolo in Francia Feuchtwanger ci ricorda che è bene sfogliare il Mein Kampf, i passaggi, almeno, «sull'oratore e la propaganda frutto di competenza specifica, sono da leggere e lo saranno anche in futuro; perché scaturiscono dall'intimo di un uomo nato per essere null'altro che un oratore di massa, e fanno capire, contro le proprie stesse intenzioni, quali pericoli corra colui che, privo delle necessarie misure cautelari, si affidi al dolce piacere di farsi incantare da un oratore di talento». Tra gli sketch dalla prigionia, colpisce quello che riguarda «alcuni uomini di cultura dotati di un sapere stupefacente»: in mezzo all'abisso, «quei signori preferivano starsene seduti sulle loro seggiole pieghevoli o sui loro mattoni malfermi e conversare con acume di libri e di musica rievocavano le belle cose ormai perdute e si dibatteva se davvero James Joyce avesse introdotto un elemento nuovo nella letteratura, o se questo nuovo non fosse già comparso in precedenza, per esempio in alcuni racconti di Schnitzler». Marta ricorda che, pur in prigione, Feuchtwanger «era concentrato nella stesura della terza parte della Trilogia di Giuseppe, dimentico del presente e del mondo circostante». Eccolo, il ritratto dello scrittore che crede, con una storia, di poter arginare il male, di evitare l'assassinio con una carambola di verbi. Dopo dieci anni, in effetti, Feuchtwanger riuscirà a compiere il suo capolavoro: nel 1942 è pubblicato Il giorno verrà, che insieme a Il giudeo di Roma (1935) e a La fine di Gerusalemme (1932), costituiscono un ciclo dedicato a Giuseppe Flavio (i libri, un tempo Mondadori, assemblati in parte da Guaraldi come La distruzione del Tempio e le prime Comunità Cristiane nel 2013, attendono degna sistemazione editoriale). Nella figura di Giuseppe Flavio, il fariseo di nobile stirpe sacerdotale che passò ai Romani, il grande scrittore delle Antichità giudaiche a cui dobbiamo la prima testimonianza storica dell'esistenza di Gesù, il sommo traditore, Feuchtwanger leggeva se stesso. Anche lui, come Giuseppe Flavio, un tempo Yosef ben Matityahu, era un uomo che poteva dire di aver vissuto, nel crogiolo della contraddizione, fedele alla scrittura che non cambia il volto della Storia, ma strappa una sciabolata di gioia.

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