Quei peccati di Joyce che rendono "Ulisse" la Bibbia del Novecento

Il "libro dei libri" deve essere interpretato: come mostra la nuova traduzione di Mario Biondi

Quando, un secolo fa era il 21 settembre 1920 James Joyce inviava a Carlo Linati lo schema esplicativo del suo libro, sapeva, esplicitamente, di fottere per l'eternità orde di critici. Ulisse di Joyce, in effetti, non c'entra nulla con Ulisse e tanto meno con Omero; piuttosto, è una parodia della Bibbia, anzi, una riscrittura, e Leopold Bloom è l'Adamo inebetito del secolo Ventesimo. Come si sa, Joyce nasce in una famiglia cattolica, cresce in un collegio di gesuiti, Leopold Bloom è ebreo e il romanzo inizia sfottendo la liturgia, con Buck Mulligan in «vestaglia gialla, discinta» che si fa la barba, «resse alta la ciotola e intonò: Introibo ad altare Dei». D'altra parte, una delle parti centrali del libro, il sesto episodio, classificato come «Ade», narra un funerale, con qoèletica etica: «Secondo me il terreno si ingrassa bene con il concime cadaverino, ossa, carne, unghie. Ossari. Spaventevole. Diventano verdi e rosa, si decompongono. Nel terreno umido marciscono in fretta». Insomma, altro che «metodo mitico» strombazzato da Sua Maestà Thomas S. Eliot (che tirava l'acqua al suo mulino: «Usando il mito, e operando un continuo parallelo tra contemporaneità e antichità, Joyce instaura un metodo che altri potranno utilizzare dopo di lui», scrive, nel 1923, in Ulysses, Order and Myth), Joyce adotta il «metodo biblico», convertendo il sacro in triviale, sfatando tutti i tabù. Ulisse, «un punto fermo della cultura occidentale; un punto di arrivo piuttosto che un punto di partenza, summa anziché nucleo genetico e dinamico» (questo è il buon vecchio Giorgio Melchiori), è la Bibbia della letteratura occidentale, «è l'epopea di due razze (Israele-Irlanda)» (questo è lui, mastro James), e Joyce che se la fa stampare da Shakespeare and Company il giorno del quarantesimo compleanno, 2.2.22, 2 febbraio del 1922 ne è il demoniaco demiurgo. Ulisse ma poteva chiamarsi Adamo o Torah, meglio ancora scambia Gerusalemme con Dublino, polverizza la cronaca millenaria di un popolo in un solo giorno, il 16 giugno 1904, sostituisce alla promessa l'erebo della carne (to bloom significa fiorire, sbocciare, vivere, insomma), alla vita nell'al di là la melma rognosa dell'al di qua (concetto, per altro, assai ebraico). Ulisse, come la Bibbia non certo come gli omerici è il «libro dei libri»: ciascuno dei 18 capitoli per cui si dilunga ha uno stile autonomo, è un libro nel libro, come i rotoli biblici, ognuno con il proprio carisma, la propria indole linguistica. In svariate fotografie, Giacomo Joyce, pirata verbale, ha la benda sull'occhio. Io me lo immagino, in tela vescovile, a Nicea, mentre compila il Credo dello scrittore eresiarca. L'unico modo per ricapitolarlo, quindi, è al vaglio dei sette peccati capitali. L'unico modo di leggerlo, d'altronde, è interpretarlo, con fioritura di note, come fa Mario Biondi, che ha tradotto Ulisse per La Nave di Teseo (pagg. 1068, euro 25). Un libro, appunto, che non va letto, ma consultato, studiato. Come la Bibbia. Joyce ghigna di gioia.

Superbia. Andate al quattordicesimo episodio. Secondo lo «Schema Linati» si riferisce agli «Armenti del Sole». Da Charles Dickens all'anglosassone, dallo stile clericale allo slang, da Swift a Gibbon e Carlyle, qui Joyce ricapitola, imbambola, sfotte, sculaccia la lingua e la letteratura inglese. Lui ne è il culmine, obviously, il clown, il dio capovolto, il sommo. Applausi.

Avarizia. Capitolo secondo. Stephen incontra il preside, Mr. Deasy. Costui incarna l'eros del denaro («Glielo dico io... qual è il vanto più fiero dell'inglese. Me lo sono pagato»), dacché l'uomo è ciò che guadagna, l'anima è pesata in scellini. Stabilito nella fame di dindi, Mr. Deasy è oculatamente antisemita («L'Inghilterra è nelle mani degli ebrei. In tutte le posizioni più elevate: la finanza, la stampa») e misogino («È stata una donna a portare il peccato nel mondo»). Riguardo al Dio professato da Mr. Deasy, Stephen abbozza una definizione: «Eccolo là Dio», dice, ascoltando le grida dei ragazzi, per strada, che giocano, qualcuno ha fatto meta.

Lussuria. Molly, memorabile Eva, madre di tutte le creature, Venere e Ishtar, Iside e Kali, l'opposto di altre figure femminili, diafane, dell'immaginario di Joyce (Eveline, la Gretta de I morti), è la donna interamente spalancata alla vita, perché Ulisse, infine, è il romanzo del grande sì, «...e allora lui mi ha chiesto se volevo sì dì di sì mio fior della montagna e io prima l'ho abbracciato sì e me lo son tirato addosso in modo da fargli sentire i miei seni tutti un profumo sì e il suo cuore sembrava impazzito e sì ho detto sì voglio Sì». Mentre Abramo dice sì a Dio che gli chiede di sacrificare il corpo del figlio, Molly urla sì al mondo e ad esso dona il suo corpo.

Invidia. I traduttori di Joyce non sono anglisti, appartengono a una categoria altra. Joyce, sovrano del linguaggio, ammette soltanto traduttori regali, regicidi. Mario Biondi sia lode a lui per la dedizione nei riguardi di Isaac B. Singer ha l'onere di ammazzare le traduzioni di Giulio De Angelis, Enrico Terrinoni, Gianni Celati. Da anni, per altro, il poeta Alessandro Ceni va traducendo Ulisse per Feltrinelli: che fine farà ora quella traduzione? Sogno un Ulisse tradotto, capitolo per capitolo, da 18 scrittori diversi questo breve spazio, senza tema d'invidia, sia un'ode al grande Carlo Linati.

Gola. Come si sa, Leopold Bloom fa il suo ingresso nel gran teatro joyciano divorando rognoni («Mangiava di gusto, il signor Leopold Bloom, le interiora di animali e volatili... Soprattutto gli piaceva il rognone di agnello alla griglia»). La vita va sviscerata, scotennata: dobbiamo mangiarne le interiora. Ira. Quando uscì Ulisse si inca**arono tutti. «È il lavoro di uno studentello malaticcio che si gratta i brufoli», sentenziò Virginia Woolf. Altrettanto rabbioso il giudizio di D.H. Lawrence («Che goffa olla potrida è James Joyce!») e di Marianne Moore («Questa non è arte: è cercare di copiare l'elenco telefonico»). Pura invidia?

Accidia. Spossessato di sé, incapace di dominare le turbinose voglie della moglie, espatriato, senza infamia né lode, senza meta, Leopold Bloom si lascia vivere. Adamo nell'Eden dublinese, Mosè che fende i marosi della periferia, Bloom è frastornato da visioni israelitiche. «Una landa sterile, nudo deserto... Un mare morto in una landa morta, grigia e vecchia. Vecchia adesso. Ma ha generato i progenitori, la prima stirpe... Il popolo più antico. Hanno errato lontano per tutta la terra, di schiavitù in schiavitù, moltiplicandosi, morendo, nascendo ovunque». Morale spietata dell'esistere: nascita, copula, morte. Con un dettaglio: dal quadro è sparito Dio. Spirato. Inabissato. Dove? Fate voi. Buona ricerca.

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