Rabbia, faide familiari e desiderio di giustizia. Un western all'italiana sulle alpi Apuane

Claudio Lagomarsini: «Col mio romanzo racconto la durezza dei luoghi dimenticati»

Ai sopravvissuti spareremo ancora (Fazi, 206 pagg., 10 euro) è il romanzo d'esordio di Claudio Logomarsini. Ambientata nei pressi delle Alpi apuane all'inizio degli anni Duemila, l'opera si serve dell'espediente del dilavato manoscritto (in questo caso alcuni quaderni ritrovati dopo vent'anni da uno dei sopravvissuti del titolo) per raccontare un'Italia che di solito si preferisce ignorare.

La vicenda ruota attorno alla famiglia del Tordo un'irresistibile spaccone che ha quasi ottant'anni, una moglie paralitica e anche un'amante e a quella dei dirimpettai costituita da due adolescenti (Marcello e il fratello, detto il Salice), dalla madre separata e dal suo nuovo compagno, Wayne. Basta questo per intuire che non si tratta del classico paese di provincia tutto grazia e tedio a morte, come cantava Guccini, ma di un instabile villaggio abitato da una comunità disorganica. I legami più viscerali sono frutto di accomodamenti basati sull'interesse (ci sono le bollette da pagare), il decoro è un optional e quanto alle relazioni sociali, si svolgono in un tripudio di figli illegittimi, tresche e bevute al desco familiare, fra continui doppi sensi a sfondo sessuale che i ragazzi non riescono a schivare.

Si coltiva l'orto, si litiga su tutto, si torna a darsi appuntamento sotto un gazebo ben lontano dal simbolo di successo upper class che rappresentava nelle commedie sofisticate. Basteranno un paio di rapine (subite, ma in modo non del tutto innocente), il diverbio per un serbatoio dell'acqua rotto e gli insulti omofobi rivolti al figlio del Tordo a scatenare la tragedia. Fra carabine cariche, pubbliche sfide e giustizia fai-da-te è difficile non pensare al confine fra Texas e Messico. All'autore, nato a Carrara e ricercatore di filologia romanza a Siena, l'evocazione di uno scenario western non dispiace: «Dato che nella vicenda narrata è centrale la costa tirrenica, cioè la nostra West Coast, potremmo parlare di western a tutti gli effetti. Del resto, il lungo successo dei western si spiegherebbe male se fossero semplici film storici sull'America di fine Ottocento. Invece continuiamo ad apprezzarli penso ad esempio a Tarantino perché a un livello più profondo ci parlano di desolazione, solitudine, bisogno di riscatto e giustizia. Sentimenti diffusi in tutto il mondo e in tutte le epoche, quindi ben noti anche a chi vive in Italia in un luogo marginale e disintegrato». La disintegrazione, aggiungiamo, tocca aspetti che oggi, in tempi di ossessioni normalizzatrici, potrebbero scandalizzare: nel romanzo si versa vino agli adolescenti e i vecchi sono ossessionati dal sesso che peraltro continuano a praticare, perlomeno quando non sono impegnati a raccontare le lontane avventure vissute nei castagneti con le compagne di scuola. Logomarsini difende con fermezza la sua posizione: «Il bisogno di mettermi a scrivere è venuto anche dall'osservazione che per una fetta di mondo molto importante gli adolescenti bevono senza nascondersi. Probabilmente la vicenda che racconto non si sarebbe potuta ambientare in una metropoli di oggi come Milano. Ma la provincia (per come la conosco io) funziona in modo diverso. L'ossessione salutista, per dirne una, è un fenomeno che impiegherà molto tempo prima di toccare certi luoghi del Paese. Credo che uno come il Tordo riderebbe a crepapelle di chi, come me, è disposto a pagare cinque euro per un centrifugato di sedano e mela, quando per la stessa cifra puoi farti due bicchieri di rosso sottomarca al bar del paese». La risata del Tordo, fra l'altro, avrebbe un aspetto edificante, perché invita indirettamente a non darci troppe arie: quando ipotizzo che queste pagine abbiano valore perché raffigurano il popolo indecente frutto di una una miscela di pregiudizio, grettezza e violenza che si vorrebbe riscattata da virtù che invece, se mal gestite, si trasformano in altrettanti vizi (il senso dell'onore, l'orgoglio maschile, il conformismo) l'autore accetta la diagnosi, ma la precisa. «Nel romanzo guardo a questa umanità con un sentimento di rabbia, pietà e simpatia. Perché quelle persone vere e indecenti di cui parli siamo anche noi. Siamo tutti attraversati da pensieri gretti o da pregiudizi che possiamo filtrare con l'educazione, la cultura o con un certo grado di consapevolezza. Nel romanzo ho semplicemente dato dignità di rappresentazione a chi, per scelta o per inerzia, vive con molti meno filtri».

Interessante, ma tutta da decifrare, appare a questo punto anche l'opinione di Logomarsini sull'evoluzione politica di quel mondo: «Negli ultimi anni la geopolitica della provincia italiana è cambiata radicalmente. Non a caso un feudo rosso per eccellenza come Carrara ha cambiato colore. Il Tordo ha semplicemente anticipato i tempi. Quando scrivevo me lo sono immaginato come un nostalgico missino, un po' disorientato perché nel 2002 non sa più che cosa votare e deve riorientarsi. Oggi lui e Wayne voterebbero senza dubbio per l'ex-ministro che ora suona ai citofoni. Marcello, invece, sarebbe un elettore deluso del PD. Per sua fortuna, il Salice vive in Brasile e si è tirato fuori da tutto».

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