"La rabbia di Gaia profonda come il lago"

La sua è la storia "dura" di una ragazza che cresce con pochi mezzi e poche speranze

Giulia Caminito, con L'acqua del lago non è mai dolce è in finale allo Strega e al Campiello. Come ci si sente?

«Sono grata, è accaduto tutto in modo rapido... A volte ho la sindrome dell'impostore, altre sono assai felice, altre ancora mi sembra che un'altra al mio posto dovrebbe e potrebbe rispondere meglio di me a questa domanda».

Chi è Gaia, la giovane protagonista del romanzo?

«Gaia è un alter ego, una voce, uno sguardo possibile sul mondo. È una ragazzina di periferia che scopre la provincia, è un presepe sommerso nel lago, è pietre nella pancia, ma anche il terrore di non saper crescere, di essere giovane inutilmente, cioè senza godersi nulla e il godimento per lei passa dagli oggetti, tutti quelli che non ha. Una famiglia borghese, un paio di scarpe nuove a settimana... Ma Gaia è anche una ragazza che conosce parole antiche, una scolara meticolosa e disperata».

La sua famiglia è povera, non ha una casa, vive di mezzucci. Questo come segna la sua esistenza?

«Gaia vede la madre Antonia domandare risposte, chiedere tutele, e si vergogna di queste preghiere, di queste lotte per farsi vedere. Sente che loro vivono di scarti e detesta essere residuale».

È la povertà a determinare il suo essere così dura?

«Molte cose la segnano e la formano. Quando il padre cade in cantiere e rimane paralizzato qualcosa in lei si indurisce, seppur bambina. L'attimo in cui qualcuno lo chiama poveraccio in ospedale... Una parola che le resta addosso».

La casa e la famiglia sono al centro del romanzo: è quel centro che manca a Gaia?

«Se stessa, soprattutto la proiezione di se stessa, capire chi vorrebbe essere e perché, sognarsi in un futuro da costruire».

Gaia studia e si impegna. Eppure non riesce comunque...

«Credo che in tanti e tante si siano trovati o si troveranno nella stessa situazione, in cui all'impegno non corrisponde un riconoscimento. Era qualcosa che volevo provare a raccontare».

La rabbia di Gaia è una rabbia che ha sperimentato anche lei da giovane in qualche modo?

«Credo di aver sfruttato molta frustrazione per piccole e grandi cose della vita per raccontare le aggressioni di Gaia, le sue esplosioni. Ho cercato dei malesseri di quegli anni per masticarli e risputarli nel libro e nella storia».

I paesaggi del lago di Bracciano sono quelli della sua vita?

«Sì, sono arrivata a quattro anni, e fino alla fine dell'università ho fatto la pendolare con Roma. Il presepe sommerso che racconto nel romanzo l'ho sempre cercato sotto il molo. Quell'acqua è magica per me, contiene tutte le me che sono stata».

Che ruolo ha il lago?

«Il lago è un coprotagonista della storia, fa da sfondo e da fondo, cioè da paesaggio ma anche da nascondiglio. È la parte sommersa che ognuno di noi ha dentro di sé».

Ha detto che nel romanzo si intravede «un bagliore» di speranza. Molto sottile...

«Non è un romanzo intriso di speranza, è il romanzo contrario a quello precedente e, come sottotitolo, potrebbe avere disimpegno, fallimento ed egoismo... Però spero, nonostante la durezza del percorso di Gaia, che dei bagliori appaiano, come certe luci che si accendono sul borgo di Anguillara, quando cala la notte».

Pensa che Gaia possa vincere? E uscire dalla maledizione da «perdente» della madre?

«Ha già vinto per me, sono successe molte cose belle, di cui sarebbe orgogliosa».

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