Difficile trovare un altro media così capace di rinascere come la radio. Ci sono media come il web che sono appena nati e quindi vivono una fase di grande espansione. Ce ne sono altri, come i giornali o la televisione, che attraversano crisi più o meno profonde e che si stanno interrogando su come evolvere, rinascere, rinfondarsi o reinventarsi. La radio, che è nata a fine Ottocento quando l'unico media presente era la carta (difficilmente) stampata, ha saputo reinventarsi quasi fisiologicamente senza attraversare crisi particolarmente sanguinose. Anzi. La radio vive del contatto continuo e ininterrotto con il pubblico. Che sia coinvolto direttamente nella trasmissione oppure semplicemente confinato al ruolo di ascoltatore, è il pubblico che decide la linea editoriale della radio. Fa sorridere chi immagina una passività totale di chi ascolta la musica in radio e subisca le scelte dell'emittente. L'errore più grave di tutti è sottovalutare il pubblico, che è tutt'altro che passivo. Sa decidere, sa scegliere. E se il palinsesto di una radio non gli piace, semplicemente smette di ascoltarla perché non ci sono abbonamenti e non ci sono vincoli che tengano. Basta cambiare canale.
Questo è il crinale sul quale viaggia ciascuna radio ed è il motivo per il quale, fatta eccezione per le crisi fisiologiche, la radio continua a essere centrale nella nostra informazione e nel nostro intrattenimento, oltre a essere decisiva nel successo dei brani musicali e nell'individuazione delle nuove tendenze. Il web e i social parlano ai singoli individui. La radio parla alle masse. Perciò vince.Radiogiornale
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