"La Rai ha carta bianca ma tante parole non portano i risultati"

L'inventore di «Mixer» tornato in video su La7: «I faccia a faccia non passano di moda»

"La Rai ha carta bianca ma tante parole non portano i risultati"

Senza timore di ripetersi. Anzi, citando se stesso. Riproponendo il suo marchio di sempre: l'intervista ritmata, la raffica di domande, insomma il faccia a faccia originale. «Quello imitato in mille modi». Giovanni Minoli, il giornalista che, si sa, non teme di riconoscersi i propri meriti (e ora sono in molti a riconoscerglieli), è tornato domenica scorsa in tv. Su La7. Dopo tre anni lontano dal video, quando la Rai lo ha lasciato definitivamente fuori dalle porte di viale Mazzini (ultimo incarico la celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia). L'incontro con Matteo Renzi, il primo dei faccia a faccia che condurrà per tutta la stagione sul canale di Cairo, ha avuto un riscontro favorevole da parte del pubblico: un milione e 100mila spettatori, share del 4,1 per cento. Non un botto, ma un risultato buoni per La7. Prossimo ospite il presidente di Confindustria Vincenzo Bocci.

Minoli, nell'intervista non lasciava a Renzi neppure il tempo di rispondere...

«Così era costretto a rimanere nel tema, senza cambiare discorso come fa sempre lui. Penso che domenica si sia visto un altro Renzi, che ha fatto anche autocritica, ha persino detto di essere a volte troppo arrogante e cattivo. Non mi pare poco».

In questi tre anni si è rifugiato su Radio 24, perché ora La7?

«Perché avevo voglia di tornare a fare tv. In questi anni non mi è mancata per nulla, mi sono innamorato della radio, devo dire che è molto più sexy del piccolo schermo. Ho scoperto e imparato ad apprezzare la bellezza della parola nuda senza le immagini. Poi però ho incontrato sulla mia strada Cairo, l'unico editore puro in Italia, e ho accettato di ricominciare».

In questa stagione sono tornati sugli schermi Rai molti volti storici, da Baudo a Santoro. Hanno cercato anche lei?

«Figuriamoci. Hanno richiamato tutti tranne me e Renzo Arbore. Su di me è calata una sorta di damnatio memoriae: in Rai hanno voluto cancellare ogni traccia del mio passaggio. Però il mio lavoro resta: i tanti programmi che ho realizzato e i professionisti che ho lanciato».

Per citare alcuni nomi: Massimo Giletti, Milena Gabanelli, Sveva Sagramola.... Per citare alcuni programmi: Mixer, La storia siamo noi, Quelli della notte, Elisir, Un posto al sole, di cui si sono da pochi festeggiati i vent'anni...

«E nessuno mi ha invitato. Comunque quella è stata una grande operazione, che ha salvato il centro di produzione di Napoli, portato contanti nelle casse della tv di Stato e che ancora oggi fa ascolti altissimi».

Ma davvero non spera più di essere richiamato, magari come direttore generale o presidente?

«Nessuno me lo ha chiesto. E me lo chiederà, almeno al momento...»

Lei ha lavorato in Rai per quarant'anni, ne ha viste di tutti i colori. Che cosa pensa dell'attuale management?

«Antonio Campo Dall'Orto e i suoi dirigenti non hanno capito cos'è la Rai per l'Italia. C'è una enorme differenza tra parlare di tv e saperla fare. Loro sono molto bravi a parlarne. Ma poi i risultati si vedono: quasi tutti i nuovi programmi stanno andando male. La parola innovazione è da usare con molta parsimonia. La Rai per sopravvivere deve darsi una identità precisa, che vuol dire raccontare le radici del Paese».

Ma anche gli attuali vertici sono accusati di essere condizionati dalla politica e da Renzi.

«A me sembra che Campo Dall'Orto abbia carta bianca. Per cui se la Rai andasse in pezzi avrebbe una responsabilità ancor più grave»

Si voleva fare la rivoluzione importando una nuova classe dirigente...

«È come nel calcio, durante la campagna acquisti sembra che le squadre siano fortissime, poi a settembre cominciano a saltare gli allenatori. Mi sembra che l'unica che capisca qualcosa sia Ilaria Dallatana, la direttrice di Raidue, che infatti viene da una casa di produzione».

Invece la struttura di coordinamento dell'informazione di Carlo Verdelli secondo molti è come l'araba fenice.

«Confondere la capacità di fare i giornali con quella di fare la televisione è un grosso errore di presunzione».

Lei ripete che le risorse del canone andrebbero redistribuite tra le emittenti che fanno reale servizio pubblico, come La7.

«Anche Campo dall'Orto ha detto che il canone non deve per forza essere appannaggio esclusivo della Rai, ma che se lo deve meritare. Piccole quote di canone potrebbero essere messe all'asta, e potrebbe partecipare la tv pubblica medesima».

Ma se lei facesse un faccia a faccia con Minoli cosa gli chiederebbe?

«Non so se lo farei. Bisogna essere disposti a rispondere veramente a Minoli...».

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