Una scrittrice racconta l'Uomo con una spietatezza "animale"

Nei racconti dell'autrice austriaca la nostra natura è osservata al microscopio come da un biologo

Una scrittrice racconta l'Uomo con una spietatezza "animale"

Ogni volta che sento parlare di letteratura femminile mi vengono i brividi. Tipo Einaudi, che ha recentemente proposto un volume di racconti scritti da donne. Come se Virginia Woolf scrivesse da donna e Gustave Flaubert da uomo. Un antidoto al #metoo narrativo è invece la magnifica raccolta di racconti che esce oggi dell'austriaca Eva Menasse, Animali per esperti (Bompiani). Non lasciatevi ingannare dal titolo, qui gli animali sono solo il pretesto d'apertura per ogni storia: api che si posano sulla testa di coccodrilli per berne le lacrime, bruchi che si scavano la tomba da soli, perché si nutrono di piante di tabacco le quali emettono essenze in grado di attirare predatori di insetti, oppure ricci che restano incastrati nell'apertura dei barattoli McFlurry di McDonald's, ogni animale specchio dei nostri comportamenti umani. Con una particolare sensibilità non femminile, altrimenti la Menasse sarebbe stata solo una narratrice femminista, ma mirata all'essenza dei rapporti umani, senza nessuno sconto per maschi e femmine. Noi umani, animali per esperti appunto.

Così una donna parte per un viaggio pensando all'amico morto di cancro, un amico normale, quasi banale, ma «quando si era ammalato, proprio quella quotidianità che lui non aveva mai avuto le era sembrata dorata. Vedere i bambini crescere. Fare un panino e sapere che se ne potevano mangiare migliaia». Talvolta lei si rifugia nei capelli del proprio figlio, perché «fin tanto che i bambini sono piccoli, ci offrono la possibilità di sottrarci fisicamente da molte situazioni, questo è uno dei vantaggi incontestabili della famiglia».

C'è un padre e marito che non reagisce più di fronte alla violenza psicologica di cui sono capaci la moglie e la figlia, e ricorre «alla vecchia tecnica di non reagire, fermo sul pianerottolo come un ceppo fatto persona a osservare, senza prestare il fianco a ulteriori attacchi». Un uomo vittima, vivisezionato dalla Menasse, mentre le nostre autrici sono sempre impegnate in lagne uterine. Un uomo ormai impassibile di fronte alle recriminazioni, sentendo «muto e sanguinante crollare tutte le certezze, l'amore e la fiducia della famiglia come opera di tutta una vita», nonostante alle donne lui «sembrasse spietato, mentre dipendeva solo dal fatto che ogni movimento lo avrebbe fatto crollare».

Ci sono coppie in crisi, terribili mostri a due teste incapaci di comunicare ma anche di lasciarsi, e parlano in mezzo a altre coppie proferendo frasi di circostanza («Stiamo molto bene tutti insieme. Potrebbe andare molto peggio. Bisogna essere felici di essere in salute. E che i figli siano sani e felici...») mentre «questa specie di conversazione è solo rumore amichevole, nessuno ascolta davvero con attenzione».

Nessun atteggiamento consolatorio, la Menasse ha lo sguardo di Leopardi, e anche di un etologo delle tristezze umane, ogni racconto un'operazione chirurgica. Dove un uomo guarda il viso della moglie malata, Grete, e la ricorda da giovane e pensa che almeno «non si dovrebbe diventare così vecchi che la pelle, pur viva, sembra disfarsi», quella che Marcel Proust chiamava «l'evidenza della cosa terribile». Si consola guardando il corpo liscio della donna di un video porno, e «era difficile immaginare che un giorno anche quella pelle si sarebbe disfatta, come quella di Grete». Mentre un'amante più giovane lo ricatta con una gravidanza, «un tubicino di plastica con due finestrelle colorate, alzate in modo minaccioso come una bacchetta magica con cui voleva incatenarlo, con l'aggiunta di una cascata tropicale di lacrime per mascherare l'intenzione. Avrebbe tanto da piangere anche lui».

Infine, in mezzo a questa umanità devastata, l'immagine di un capriolo morente, investito, come metafora della nostra esistenza. Un capriolo che ancora prova a dimenarsi, e magari, scrive la Menasse, prima di attraversare, avrà pensato: «Ho scelto l'ora giusta, sapevo che questo era il momento buono per passare dall'altra parte. Ho fatto del mio meglio. L'ho già fatto altre volte. Ma è andata male. Purtroppo succede. Adesso sono sdraiato qui e scalcio in aria la gamba buona».

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