Scrivere libri non serve a nulla

In Italia pochi leggono ma tutti vogliono diventare "scrittori". Paolo Bianchi svela trucchi e illusioni dell'ambiente letterario, tra premi, critica e self publishing...

Scrivere libri non serve a nulla

La scrittura è un tradimento, le parole sono una palude di fraintesi, chi crede in ciò che ha scritto che è come avere fede nel viso riflesso dallo specchio non è degno di pietà, ma di smisurata bestemmia. Eppure, pare che sia la scrittura a giustificare una vita intera. «Resta da capire perché ci siano così tante persone che ancora oggi si dannano l'anima pur di diventare poeti famosi, cioè squinternati-morti-di-fame. E sarebbero anche capaci di tutto, c'è da crederci, pur di raggiungere il loro scopo», scrive Andrea Temporelli in un romanzo, Tutte le voci di questo aldilà (2015), tanto straordinario da essere accolto, nel pollaio culturale italico, da glaciale, ipocrita silenzio. Ovvio: sgretola le ragioni meramente industriali dell'editoria e quelle vili, narcisistiche della scrittura.

Orde di poeti e di romanzieri proliferano ovunque, come tenie, e clamorosi professionisti (Eugenio Scalfari e Oscar Farinetti, ad esempio) credono con un patetico libro di poesie di santificare un'esistenza, di emendarla. Qualcosa di magico, un sortilegio residuo, glassa la scrittura: ne abbiamo bisogno come fosse un toccasana mentre di norma è un veleno e abbiamo bisogno, soprattutto, che altri, tanti, ci leggano glorificandoci con l'etichetta malefica «scrittore», «poeta». Eppure, Emily Dickinson consegnava i propri capolavori al baule, consapevole che solo ciò che si nasconde ha qualche bagliore di eternità.

Dell'inutilità della scrittura parrebbe un sermone di Meister Eckhart la scrittura, se è grande, è al di là delle pastoie dell'utile, del vendibile, del commercio invece è il titolo di una spietata «Inchiesta sull'editoria italiana» (sottotitolo) di Paolo Bianchi (Editrice Bibliografica, pagg. 192, euro 22). E quel sostantivo («inutilità») va preso per ciò che è, senza vizi esoterici. Ciò che scriviamo è inutile, muta maceria verbale, e «coloro che vogliono scrivere, in Italia come nel resto del mondo, si aggirano nell'oscurità e nell'illusione». Come quelli che svelano il trucco dei prestigiatori, Bianchi ci mostra cosa c'è dietro i romanzi che levitano in libreria, raccontando il torbido del sistema editoriale, spesso il dolo, al limite il grottesco (si sa che in ogni casa si nasconde un allenatore della Nazionale e il futuro Nobel per la letteratura). Il pamphlet, informato, corrosivo, ben scritto (meglio di troppi romanzi che svettano nelle fatidiche classifiche di vendita, dacché, schiavi delle statistiche, non sappiamo misurare altro oltre l'ovvio), ha un precedente in La letteratura senza vergogna del sofisticatissimo Julien Gracq («La richiesta assillante di grandi scrittori fa in modo che quasi ogni nuovo venuto dia l'impressione di uscire da una serra di coltivazioni forzate»: era il 1950), sparito dal panorama editoriale odierno. Bianchi, però, con talento cinico, non fa il poseur, il lirico indignato: allinea dati, numeri, evidenze (spassoso e tragico il capitolo dedicato all'editoria a pagamento, «Pagherete caro»). Certo, è sconfortante assistere all'eterno ritorno dell'uguale: la «crisi da bulimia consumistica di un prodotto editoriale di massa... quasi sempre di infima valenza culturale» era stata denunciata all'allora Ministro della cultura Walter Veltroni (che oggi scrive gialli) da un editore visionario come Mario Guaraldi in un saggio del 1997 di lungimirante efficacia, Dire Scrivere Pubblicare Leggere Valutare (con testi, tra gli altri, di Guido Conti, Giulio Mozzi, Ferruccio Parazzoli).

Dunque, che si fa? Le vie (mistiche) sono tre: a) accettare il mondo così com'è, un trogolo di porci e di lupi, e agire da scaltri; b) ideare una qualche rivoluzione culturale (spavalda ma perduta); c) celarsi nel pudore, voltare le spalle al mondo, farsi inghiottire nell'opera, fottendosene dell'epoca, come monaci del verbo. In tutti i casi, il libro di Paolo Bianchi è la pillola rossa di Matrix, quasi un Hagakure, un manuale per la buona guerra.

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