Un secolo fa Federigo Tozzi stroncava gli autori di oggi

Federigo Tozzi (1883 -1920), provinciale della più bella provincia d'Italia, Siena, letterariamente non ebbe fortuna da vivo

Federigo Tozzi (1883 -1920), provinciale della più bella provincia d'Italia, Siena, letterariamente non ebbe fortuna da vivo. La trilogia romanzesca sull'inettitudine e soprattutto le novelle sono state apprezzate parecchio post mortem. Succede ai più grandi, di solito. Poi la riscoperta. Oggi - e lui non l'avrebbe detto - è un maestro.

E i maestri sono necessari, in particolare per gli aspiranti o persino già affermati scrittori. Eccole qui le sue «lezioni»: un pugno di articoli, sei in tutto, di un secolo fa (risalgono al 1918-19), ora raccolti sotto il titolo Come leggo io e altri scritti letterari (Elliot, pagg. 60, euro 7,50). «Un secolo fa?!», direte? Sì, e allora? Sono inappuntabili anche oggi, forse di più.

Tozzi - ruvido nei toni, lucido nei modi - attacca a testa basta. Di sé dice: «Io sono un pessimo lettore; e, quel che è peggio, me ne vanto». E confessa di aprire un libro a caso, di leggere una frase, poi, se è scritta bene, ne legge un'altra e un'altra ancora, qua e là, indifferente alla trama, e quindi, sulla base solo dello stile, decide se vale la fatica di leggerlo tutto: «Io dichiaro di ignorare le trame di qualsiasi romanzo; perché a conoscerle, avrei perso tempo e basta». E insiste: «I libri scritti male io non li leggo», tagliando le gambe al mito dell'intreccio, della storia e tirando una randellata nei denti agli scrittori (di ieri ma anche di oggi, fa notare Arnaldo Colasanti nella sua precisa introduzione) che «Pigliano di squincio le parole; le adoprano con una psicologia approssimativa; e naturalmente i loro libri sono sempre incapaci a entrare nella realtà e nella storia del pensiero». E infine la staffilata: «Sono i libri che non aggiungono mai niente a quello che è stato detto dagli altri». Applausi. Avete sentito, voi scrittori (ma Tozzi ce l'ha anche con gli editori) che sfornate un libro all'anno, tutti uguali, sempre impegnati, così sociali, così sciatti. E nel '19 non c'era ancora lo Strega...

Per il resto, Federigo Tozzi si scaglia contro: i «giovani poeti» con le loro rivistine tutte uguali, tutte inutili; la critica letteraria (un secolo fa per lui era già corrotta, «piccina e insignificante»); le «pagine morte» dei manuali di letteratura; le mode editoriali (ma va?!) e gli scrittori che non hanno niente da dire ma sanno sbraitare benissimo: «Io, Io, Io. Io sono uno scrittore».

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