"Solo: A Star Wars Story", scorribande interstellari come tante

Un'avventura spaziale dal piglio western, piena di citazioni della mitologia creata da George Lucas ma minata dall'eccessiva prevedibilità

 "Solo: A Star Wars Story", scorribande interstellari come tante

"Solo: A Star Wars Story" racconta le origini di Han Solo, il personaggio interpretato da Harrison Ford nella trilogia originale, ma più che un nuovo capitolo della saga appare un comune blockbuster d'ambientazione spaziale. Se non fosse per i riferimenti a situazioni, nomi e luoghi oramai iconici, non ci si renderebbe neppure conto di essere in uno spin-off di Star Wars come il precedente e meglio riuscito "Rogue One". Il film è un racconto di formazione tecnicamente impeccabile ma purtroppo sprovvisto di pathos e molto prevedibile.

Del resto è noto che la gestazione del film sia stata a dir poco travagliata: i due registi, Phil Lord e Chris Miller, furono licenziati e sostituiti con Ron Howard, il quale ha ultimato le riprese girando nuovamente circa l'80% del materiale. Che Howard abbia padronanza del mezzo cinematografico è indubbio ma in quest'occasione il suo approccio alla narrazione resta freddo e distaccato.

Nonostante "Solo: A Star Wars Story" esplori la genesi di un personaggio leggendario, la trama è piuttosto anonima e didascalica. Scopriamo come Solo (Alden Ehrenreich) incontri Chewbacca (Joonas Suotamo) e Lando Carlissian (Donald Glover, il più incisivo), oltre che le circostanze che lo portano ai comandi del Millennium Falcon. Lo vediamo prendere lezioni di vita dal contrabbandiere Becket (Woody Harrelson), fronteggiare un perfido boss stellare (Paul Bettany) e sospirare per Qi’ra (Emilia Clarke), la ritrovata compagna d'infanzia. Tra doppi e tripli giochi, inseguimenti spaziali e partite a poker in sordide taverne, viene rivelato cosa condurrà Han Solo a sviluppare la personalità canagliesca, cinica e seducente che conosciamo.

Alden Ehrenreich nel ruolo di protagonista si fa carico di un'eredità troppo pesante: l'impresa di emulare Ford, mezzo sorriso beffardo compreso, è impossibile per chi non possieda il suo carisma.

Le scene d’azione sono ben concepite e gli interpreti validi ma la caratterizzazione dei personaggi appare fragile e lascia perplessi la scelta di ampliare il target d'utenza. Puntare al pubblico delle famiglie anziché soltanto a quello di fan della Galassia lontana lontana significa sacrificare ogni complessità e impoverire mortalmente l'insieme. Non si tratta tanto della mancanza di spade-laser o di chiacchiere sulla Forza, quanto di una semplificazione filosofica eccessiva che vede perduto lo spirito dei titoli precedenti.

Non passa inosservata la volontà di mischiare più generi, rivisitandoli, e di rendere omaggio a quello western, però per continuare a far uscire un nuovo episodio con cadenza annuale sarebbe d'aiuto, in futuro, investire su sceneggiature più strutturate: alla lunga non bastano spettacolarità, citazioni e variazioni sul mitico tema di John Williams per farsi ricordare.

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