"Spie, scrittori e guerra. L'incredibile storia di mio nonno, il Dr. B."

Esperto d'arte, in un romanzo lo svedese narra gli intrighi che travolsero il padre di suo padre

Daniel Birnbaum ha passato tutta la vita nel mondo dell'arte. La madre lavorava al National Museum di Stoccolma, a vent'anni ha iniziato a fare il curatore, ha scritto di arte, curato mostre e biennali, diretto musei e scuole d'arte. Da due anni lavora per Acute Art a Londra, «una specie di laboratorio - racconta - dove artisti abbastanza famosi esplorano i nuovi media, dall'elettronica al digitale alla realtà aumentata». Ora è «fuggito» da Londra per tornare nella sua Stoccolma («almeno qui si può bere un caffè...»), la città dove è ambientato Dr. B., il suo primo romanzo (La nave di Teseo, pagg. 342, euro 20), dedicato alla quasi incredibile storia di suo nonno Immanuel Birnbaum, tedesco fuggito nella capitale svedese nell'inverno del 1939-1940, che firmava i suoi articoli (da esiliato) appunto come «Dr. B.». Una storia di guerra, di spie, di bel mondo, di grandi scrittori (da Mann a Zweig, da Brecht a Cassirer) e editori prestigiosi (da Tor Bonnier a Bormann Fischer), uscita per caso da uno scatolone scovato in casa nel Natale del 2015...

Come è nato il romanzo?

«Innanzitutto ho capito quanto fosse stata complicata e labirintica la storia che ruotava intorno a mio nonno. Era come un romanzo di spionaggio: non ho inventato granché, la lettera con l'inchiostro invisibile che lui scrisse esiste davvero... Dovevo solo cercare di rendere la storia tanto strana quanto sembrava a me».

Che cosa faceva suo nonno a Stoccolma?

«Era giornalista e lavorava per la casa editrice di Bormann Fischer, anche lui in esilio, e amico di Stefan Zweig. Mio nonno aveva firmato centinaia di articoli come Dr. B., e Dr. B. è il protagonista dell'ultimo racconto di Zweig, La novella degli scacchi, pubblicato da Fischer dopo la morte dello scrittore austriaco».

Zweig si ispirò a suo nonno, almeno per il nome?

«Solo per il nome. Anche se è impossibile da provare... Ma mio nonno lavorava alla casa editrice proprio mentre Zweig scriveva il racconto; trascorse alcune settimane in cella con Bormann Fischer; poi, quando l'editore riuscì a fuggire in America, a New York incontrò Zweig un'ultima volta e deve avergli raccontato dell'esperienza in prigione e di esserci finito per colpa della goffaggine del suo editor, il Dr. B.».

Ecco, parliamo della cella: perché suo nonno fu arrestato, trascinando con sé anche Bormann Fischer e un gruppo di spie inglesi?

«Mio nonno doveva lasciare la Germania e l'Europa continentale perché, anche se si era convertito al protestantesimo, era ebreo, figlio di una famiglia ebraica molto nota - il padre era primo cantore della sinagoga di Königsberg - e apparteneva al partito socialdemocratico: arrivato in Svezia iniziò a lavorare prima per la casa editrice e, da lì, con delle spie britanniche, che aiutava a scrivere propaganda antinazista».

E poi?

«In quel momento, Stoccolma era una Casablanca del Nord: lontana dal continente eppure vicina, fuori dal conflitto, vedeva incrociarsi persone molto importanti dalla Russia, dall'Inghilterra, dalla Germania, molte vicine all'intelligence. Qualcuno ha fatto pressione su mio nonno, e lui ha svelato il nome della spia britannica con cui era in contatto».

In una lettera scritta con l'inchiostro invisibile.

«Già. E quella lettera, che fu scoperta, fece arrestare le spie inglesi e impedì il sabotaggio al porto di Oxelösund che avevano pianificato, per fermare la cosiddetta via del ferro di Hitler. Di fatto fermò una delle operazioni di sabotaggio più ambiziose, concepita per spingere la Svezia in guerra».

Concepita da chi?

«Churchill, che allora guidava la Marina, non faceva mistero della sua irritazione con la Svezia per la sua neutralità, o presunta tale, e voleva forzarla a intervenire con quel sabotaggio, che avrebbe interrotto la via del ferro, come Thyssen e altri industriali avevano suggerito per bloccare Hitler».

Ma è vero che suo nonno si firmò Kant nella lettera?

«È vero. Come il filosofo, si chiamava Immanuel; come lui, era di Königsberg... Io non volevo fare un ritratto psicologico di mio nonno, ero più interessato alle forze esterne che lo hanno spinto, che alle sue intenzioni. Come nella Novella degli scacchi di Zweig c'è il doppio, la simmetria ma, più che nella psiche, è nel testo».

La parola che viene in mente, calandosi in quell'epoca, è «compromesso».

«Sono d'accordo. Era una atmosfera in chiaroscuro, un mondo di ambiguità, niente era bianco o nero, nessuno era un amico... Non era neppure chiaro se la Svezia fosse destinata a finire coi nazisti o coi russi. Ci si può chiedere se mio nonno sia stato costretto, se fosse stupido, o se stesse combattendo per la sua vita. Dalla Svezia molti fuggirono in Russia, poi in Giappone e in America, come Brecht, e come lo stesso Bormann Fischer; anche mio nonno pensava a quella eventualità».

Non era una spia tedesca?

«In Germania mio nonno sarebbe stato ucciso. Non poteva essere una spia nazista, in nessun modo, anche se formalmente fu condannato per questo. Sarebbe stato impossibile per lui. Potrebbe davvero aver pensato di lavorare per la resistenza tedesca, come ha raccontato in seguito. Dopo la guerra tornò in Germania, dove fu un giornalista importante alla Süddeutsche Zeitung».

Da giovane era amico di Walter Benjamin?

«Più che amico, studiarono insieme filosofia, e mio nonno si accorse che Benjamin era decisamente più portato di lui... La cosa buffa è che studiarono Kant insieme. Una volta ebbero una conversazione sulla guerra, perché mio padre si era offerto volontario nell'esercito tedesco nella Prima guerra mondiale, e Benjamin disse che lui non sarebbe mai andato in guerra, lo avrebbe fatto solo per una guerra ebraica».

Lei racconta una Stoccolma piena di fascino.

«Non volevo fare un ritratto di mio nonno, ma spero sia un ritratto di Stoccolma nell'inverno del '39-40. È ancora oggi una città piena di fascino, ma allora era speciale proprio perché era riuscita a rimanere fuori dalla guerra. E poi la Svezia può sembrare un Paese piccolo e privilegiato, perfino provinciale ma allora era una delle grandi potenze finanziarie dietro il conflitto. Ed è qui che, grazie a editori come Bonnier e Fischer, grandi scrittori come Mann e Zweig poterono continuare a pubblicare i loro libri in tedesco, in un momento così difficile».

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