La Storia, il Potere, i re e... Cromwell

Hilary Mantel racconta l'ascesa e la caduta del braccio destro di Enrico VIII Tudor

La Storia, il Potere, i re e... Cromwell

Rovine (I)

Londra, maggio 1536

Mozzata la testa alla regina, se ne va. Il morso dell'appetito gli rammenta che è ora di una seconda colazione o magari di un pranzo anticipato. Le circostanze di questa mattina sono inedite e non ci sono regole a guidarci. I testimoni, che al trapasso dell'anima si sono inginocchiati, si alzano e si rimettono il cappello. Sotto le falde, i volti sono sbigottiti.

Poi però torna sui suoi passi, per ringraziare il boia. Ha eseguito il suo compito con stile; e sebbene il re lo abbia ben retribuito, è importante ricompensare un buon servizio con un incentivo e una gratifica in denaro. Lui, che è stato povero, lo sa per esperienza.

L'esile corpo giace sul patibolo nel punto in cui è caduto: prono, le mani distese, nuota in una pozza color cremisi mentre il sangue cola fra le tavole. Il francese hanno fatto venire il boia da Calais aveva raccolto la testa, l'aveva avvolta in un telo di lino e l'aveva porta a una delle donne velate, rimaste accanto ad Anna negli ultimi momenti. La donna aveva preso il fardello rabbrividendo da capo a piedi. Eppure l'aveva tenuto saldamente, e una testa pesa più di quanto ci si aspetti. Lui, che ha combattuto in guerra, sa anche questo.

Le donne si sono comportate bene. Anna sarebbe stata fiera di loro. Non permettono che venga toccata dagli uomini; con i palmi protesi costringono ad allontanarsi chiunque tenti di aiutarle. Scivolando nel sangue, si chinano sul corpicino inerte. Le sente trattenere il fiato mentre sollevano quel che resta di lei, tenendola per le vesti; temono che la stoffa si strappi e le dita sfiorino la carne, che già comincia a raffreddarsi. Ciascuna ha cura di non calpestare il cuscino fradicio di sangue dove la regina era inginocchiata. Con la coda dell'occhio, vede passare una presenza, un uomo snello, con il corpetto di cuoio, che fugge via. È Francis Bryan, un solerte cortigiano, che corre ad annunciare a Enrico la ritrovata libertà. Conta pure su Francis, pensa lui: è un cugino della defunta regina ma anche gli sovviene adesso di quella che verrà.

Al posto della bara i funzionari della Torre hanno trovato una cassa di frecce. Il corpo è piccolo e ci sta. La donna che tiene la testa si genuflette stringendo il fradicio fagotto e, non essendovi altro posto, lo sistema ai piedi del cadavere. Si alza facendosi il segno della croce. Le mani dei presenti si muovono imitandola e si muove anche la sua; ma poi la ferma, stringendo appena il pugno.

Le donne la guardano per l'ultima volta. Poi si allontanano con le mani discoste per non sporcare gli abiti. Uno degli uomini di Kingston, il luogotenente della Torre, tende degli asciugamani di lino troppo tardi perché siano di qualche utilità. Questa gente è da non credere, dice lui al francese. Giorni e giorni che preparano, e neanche una bara? Sapevano che sarebbe morta, dubbi non potevano averne.

«Forse invece sì, Maître Cremuel». (I francesi non riescono mai a pronunciare il suo nome). «Forse ne avevano, perché la signora stessa, io credo, pensava che il re avrebbe mandato un messaggero a fermare l'esecuzione. Perfino salendo i gradini s'è voltata a guardare, l'avete vista?».

«Il re non pensava certo a lei. La sua mente è tutta per la nuova sposa».

«Alors, forse questa volta avrà miglior fortuna», dice il francese. «Dobbiamo sperarlo. Se sarò costretto a tornare, il mio onorario aumenterà».

Poi si gira e comincia a pulire la spada. Lo fa amorevolmente, come se gli fosse amica. «Acciaio di Toledo». Gliela mostra, per fargliela ammirare. «Per avere una lama come questa dobbiamo ancora rivolgerci agli spagnoli».

Lui, Cromwell, tocca il metallo con un dito. A guardarlo adesso, non direste mai che suo padre era un fabbro ferraio; ha familiarità con il ferro e l'acciaio, con ogni materiale estratto dalla terra e forgiato, colato e battuto, reso a filo tagliente. Sulla lama del carnefice sono incise la corona di spine di Cristo e le parole di una preghiera.

Ora gli spettatori se ne vanno, cortigiani, aldermanni e funzionari comunali, grumi di uomini in seta e catene d'oro, con la livrea dei Tudor e le insegne delle corporazioni di Londra. Decine e decine di testimoni, e nessuno che saprebbe dire con certezza cos'ha visto; capiscono che la regina è morta, ma tutto è accaduto troppo in fretta per poter comprendere. «Non ha sofferto, Cromwell», dice Charles Brandon.

«Magari avreste preferito il contrario, Lord Suffolk».

Brandon gli ripugna. Mentre gli altri testimoni s'inginocchiavano, il duca era rimasto rigido sulle gambe; odiava talmente la regina da non concederle neppure quella cortesia. La rivede avanzare incerta verso il patibolo: lo sguardo, come dice il francese, rivolto alle sue spalle. Anche mentre pronunciava le ultime parole, mentre chiedeva di pregare per il re, sbirciava oltre le teste della folla. Eppure non ha consentito alla speranza di fiaccarla. Poche donne riescono a mostrarsi così risolute nell'ora estrema, e non molti uomini. Si è accorto che tremava un poco, ma solo dopo l'ultima preghiera. Non c'era il ceppo, il boia di Calais non l'ha usato. Le è stato chiesto di inginocchiarsi con la schiena dritta, senza alcun appoggio. Una delle donne le ha legato la benda sugli occhi. La regina non ha visto la spada, neppure la sua ombra, e la lama le ha attraversato il collo con un sospiro, più rapida delle forbici nella seta. Tutti noi be', quasi tutti, a parte Brandon ci rammarichiamo di essere arrivati a tanto.

Ora la cassa di olmo viene portata nella cappella, dove sono state alzate le lastre tombali, perché Anna possa giacere accanto al cadavere di George Bolena, suo fratello. «Hanno condiviso il letto da vivi», dice Brandon, «dunque è giusto che condividano la tomba. Vedremo se si piaceranno ancora».

«Venite, Segretario Particolare», dice il luogotenente della Torre. «Ho fatto preparare uno spuntino, se vorrete degnarmi di questo onore. Oggi ci siamo alzati tutti presto».

«Riuscite a mangiare, signore?». È la prima volta che suo figlio Gregory vede morire qualcuno.

«Dobbiamo lavorare per mangiare», dice Kingston, «e mangiare per lavorare. Che può cavare il re da un servo negligente, che in pancia non ha neanche un tozzo di pane?».

«Negligente», ripete Gregory. Di recente è stato mandato a imparare l'arte di parlare in pubblico e il risultato è che, sebbene gli manchi ancora quella padronanza necessaria alla dovizia retorica, ha sviluppato più interesse per le singole parole. A volte sembra che le trattenga per esaminarle. A volte che le punzecchi con un bastone. A volte, e il paragone è inevitabile, che le avvicini con l'interesse di un cane, che scodinzola fiutando la merda di un suo simile. «Sir William», chiede al luogotenente, «era mai stata giustiziata una regina d'Inghilterra?».

«Non che io sappia», risponde l'altro. «O quantomeno, giovanotto, non da quando sono in servizio».

«Capisco», dice lui: lui, Cromwell. «Dunque gli errori commessi negli ultimi giorni sono dovuti alla vostra mancanza d'esperienza? Non riuscite a far qualcosa per la prima volta e a farla bene?».

Kingston scoppia a ridere di cuore. Avrà pensato che era una battuta. «Vedete, Lord Suffolk», dice rivolto a Charles Brandon. «Cromwell sostiene che ho bisogno di tagliare qualche testa in più».

Non ho detto questo, pensa lui. «È stata una fortuna trovare quella cassa per le frecce».

«Io l'avrei messa in un letamaio», ribatte Brandon, «e il fratello sotto. E avrei fatto assistere il padre. Non so che cosa abbiate nella testa, Cromwell. Perché lo avete lasciato vivere, col rischio che ci possa recare danno?».

Si volta verso Brandon, adirato; l'ira è un sentimento che finge spesso. «Lord Suffolk, voi stesso avete offeso molte volte il re, per poi chiedere perdono in ginocchio. E poiché siete quello che siete, non dubito che tornerete a offenderlo. E dunque? Volete un re che sia completamente estraneo al concetto di clemenza? Se lo amate come sostenete, badate un poco alla sua anima. Un giorno si troverà al cospetto di Dio per rispondere di ogni suo suddito. Se dico che Tomaso Bolena non è un pericolo per il regno, non lo è. Se dico che vivrà ritirato, così sarà».

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© 2020 Fazi Editore

Traduzione dall'inglese

di Giuseppina Oneto

e Stefano Tummolini

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