Storia tragica e segreta della Francia di Vichy

Le memorie di un intellettuale raffinato, anticonformista e alla fine profetico

Nel 1924 apparve nelle librerie francesi un grosso volume dal titolo La victoire (Gallimard) che metteva in discussione l'idea, ispiratrice delle sedute e delle decisioni della Conferenza della pace, secondo la quale alle origini della Grande Guerra vi sarebbe stata una responsabilità esclusiva, o quanto meno predominante, della Germania. Molti decenni dopo, Raymond Aron scrisse che quel libro era «talmente eretico da far scandalo» ma aggiunse che esso in realtà «si sforzava solo di dividere le responsabilità della guerra tra i due campi».

Autore del volume era un giovanissimo ma già conosciuto intellettuale, Alfred Fabre-Luce (1899-1983), divenuto in seguito un illustre scrittore di storia e politica, uno dei maggiori e non etichettabili testimoni, al pari di un Raymond Aron e di un Bertrand de Jouvenel, di molti dei decenni più caldi del XX secolo. Nipote del fondatore del Crédite Lyonnais e figlio di un banchiere, apparteneva a una importante famiglia di origine marsigliese che aveva costruito la propria fortuna sul commercio e sulla marina mercantile. Elegante e raffinato, lo sguardo intelligente e curioso, l'abbigliamento sempre ben curato con il papillon e il fazzoletto bianco nel taschino della giacca, Alfred Fabre-Luce, pur nell'aspetto esteriore, lasciava intendere l'appartenenza a quel ceto alto-borghese alle cui doti imprenditoriali (ma anche, si potrebbe aggiungere, all'amore per la cultura classica e al patriottismo unito a un certo gusto per la mondanità salottiera e letteraria) si dovevano le fortune del Paese.

Dopo gli studi di letteratura, storia e diritto e dopo la laurea in Scienze politiche, Alfred Fabre-Luce aveva intrapreso la carriera diplomatica, era stato destinato a Londra, ma aveva quasi subito abbandonato questa carriera per dedicarsi al giornalismo politico e letterario. I suoi articoli cominciarono ad apparire su quotidiani e riviste e attirarono l'attenzione dello scrittore Albert Thibaudet e del critico Jacques Rivière, all'epoca direttore della prestigiosa Nouvelle Revue Française. Fu, sembra, proprio quest'ultimo a introdurlo nel sodalizio intellettuale fondato dal filosofo Paul Desjardins e chiamato «Décades de Pontigny» perché, ogni anno, per dieci giorni, si riunivano nella celebre abbazia gli intellettuali più prestigiosi dell'epoca per dibattere temi sociali e politici, filosofici e letterari. Agli incontri, coordinati da André Gide e Charles du Bos, presero parte, per esempio, André Maurois e François Mauriac, André Malraux e Ramon Fernandez, Jean Fayard... Fabre-Luce avrebbe ricordato, in seguito, le estati di Pontigny con una battuta eloquente: «In mancanza di un campus universitario ho conosciuto Pontigny», un luogo dove incontrare autori «le cui opere avevano contribuito alla mia formazione».

Il microcosmo intellettuale e politicamente eclettico di Pontigny contribuì certamente alla notorietà di Fabre-Luce nel mondo culturale francese, ma il suo ingresso nei salotti mondani e aristocratici fu, con molta probabilità, dovuto al matrimonio con l'effervescente Lolotte, la principessa Charlotte de Fauchigny-Lucinge, diretta discendente del duca de Berry e di Carlo X e grande amica di un'altra esponente della più antica aristocrazia di Francia, la «duchessa rossa» Élisabeth de Gramont, modello del personaggio proustiano della duchessa di Guemantes.

Uomo di curiosità insaziabile e di una grande versatilità artistica che gli consentiva di passare attraverso generi espressivi diversi dal saggio storico alla biografia, dal romanzo al teatro, dal pamphlet al giornalismo egli si trovava a proprio agio, al di là degli schemi ideologici, ovunque potesse far valere ed esercitare le proprie qualità di osservatore e testimone disincantato ma non disimpegnato. Non è un caso che egli sia stato annoverato fra i cosiddetti «non conformisti degli anni Trenta», quel gruppo di intellettuali, provenienti da diverse esperienze politiche, che si proponevano di superare la crisi politica, economica e sociale cercando una «terza via» fra le ideologie consolidate. In realtà egli apparteneva, a ben vedere, a quel filone speculativo che considerava la libertà di pensiero un punto di riferimento irrinunciabile secondo la direttrice che, partendo da Alexis de Tocqueville e passando per Benjamin Constant (al quale dedicò una bella biografia), giungeva fino a Raymond Aron e a Bertrand de Jouvenel.

I suoi scritti erano spessi sconcertanti e non di rado chiaroveggenti. All'inizio del 1936, per esempio, egli pubblicò su L'Europe Nouvelle, periodico del quale era redattore capo, un articolo nel quale sosteneva che la Germania, dopo la rimilitarizzazione della Renania e il trattato di Locarno, avrebbe preparato la sua guerra all'Est: era una presa di posizione destinata a suscitare polemiche ma che, a detta di Aron, già spiegava e giustificava l'approvazione che Fabre-Luce avrebbe dato all'accordo di Monaco del 1938. A quell'epoca, Fabre-Luce, insieme con altri amici intellettuali come Bertrand de Jouvenel, Pierre Drieu La Rochelle e Ramon Fernandez stava avvicinandosi al Parti Populaire di Jacques Doriot, un partito di ispirazione fascista del quale, per qualche tempo, fece parte.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale Fabre-Luce cominciò a tenere un diario che, sotto il titolo Journal de la France 1939-1944, raccontava puntualmente gli avvenimenti dall'inizio del conflitto sino alla liberazione di Parigi. L'opera, ora riproposta in italiano con il titolo Riservato da Vichy. Diario segreto della Francia 1939-1944 (Oaks editrice, pagg. X-436, euro 25; introduzione di Roberto Zavaglia), è fondamentale per conoscere davvero quel tragico periodo e per capire come e perché, ancora oggi, la «sindrome di Vichy» sia ancora forte nella Francia di oggi. Fabre-Luce racconta, con una forza narrativa che richiama alla memoria le pagine di Suite francese di Irène Némirovski, l'evoluzione degli spiriti in un paese «ridisegnato» dall'armistizio, invaso dalle truppe di un nemico che era assimilato al barbaro, il comportamento degli intellettuali nella zona libera e nella zona occupata, le illusioni e le delusioni sul progetto di «Stato organico» che si voleva creare a Vichy.

Fabre-Luce è lucido, conseguenziale e profetico. Nelle pagine iniziali, scritte dopo l'accordo Hitler-Stalin, spiega bene la dinamica di quello che egli chiama «il metodo hitleriano»: esso, scrive, «consiste nello spezzare la volontà dell'avversario su un punto debole, e approfittare poi della sua stanchezza per impadronirsi di posiziono piè importanti. Il Führer ha chiesto i Sudeti per essere padrone della Cecoslovacchia; chiede Danzica per essere padrone della Polonia, così un audace innamorato chiede un favore secondario, un bacio, o stringere la mano; e se trionfa in questo tentativo, il resto lo avrà senza sforzo». Guarda, inizialmente, con simpatia la nascita dello Stato di Vichy perché non si può mettere in discussione la legalità del governo di Vichy votato a stragrande maggioranza dall'Assemblea Nazionale, ma non nasconde le differenze che esistono, per esempio, tra Pétain e Laval e che nascondono un «contrasto morale». Se Pétain «ha il rispetto della tradizione, delle forme, dei corpi costituiti, dei rapporti scritti», Laval è al contrario «l'uomo delle improvvisazioni» che «rifiuta di tracciare in precedenza i limiti dei negoziati» e che considera uno scenario poco importante la «dignità tanto cara agli occhi del Maresciallo».

Pubblicato parzialmente a Parigi durante l'occupazione, il volume di Fabre-Luce costò all'autore, che aveva predetto la sconfitta tedesca, un primo arresto da parte della Gestapo e un secondo arresto da parte del governo di Vichy. Dopo la Liberazione, Fabre-Luce fu poi nuovamente imprigionato e processato come collaborazionista. In realtà, egli non fu un collaborazionista nel senso proprio del termine, a differenza di molti altri intellettuali, pur suoi amici, ideologicamente vicini al nazionalsocialismo. Fu, piuttosto, un «realista» e un pragmatico. E, soprattutto, un osservatore e un testimone, sia pure impegnato ma sempre lucido e anticonformista. Come, del resto, avrebbero dimostrato i tanti suoi lavori successivi a cominciare da quelli critici nei confronti di De Gaulle e della sua politica algerina.

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