Il "Viaggio in Oriente" di Gérard de Nerval conferma che la realtà corrisponde ai sogni

In fuga dalla sua Francia, lo scrittore visitò Egitto, Siria e Impero Ottomano

«Non mi hai ancora chiesto dove vado. Forse che io lo so?» aveva scritto Gérard de Nerval a un vecchio amico, subito dopo aver lasciato Parigi. Era la Francia ottocentesca e orleanista, quella che si lasciava alle spalle, la cosiddetta monarchia repubblicana di Luigi Filippo destinata di lì a una decina d'anni a partorire un nuovo Napoleone, «il piccolo» avrebbe ironizzato Victor Hugo rispetto a quello grande e vero, e un nuovo simil-impero. Gérard aveva superato i trent'anni, era stato fondatore e direttore di una rivista, poi di un'altra, ci aveva rimesso in soldi e salute, un'attività giornalistica frenetica mischiata a una bohème febbrile di liquori, discussioni, traslochi, prime teatrali, notti in bianco di lavoro e di spreco. Un ricovero in clinica psichiatrica aveva imposto il primo stop: allucinazioni, aggressività, balbettii, eccentricità.

Fuggiva anche da questo Gérard, nel 1843, allo stesso modo di come era fuggito da un cognome borghese, Labrunie, nonno tappezziere, padre medico, prendendo a prestito uno pseudonimo che rimandava a una tenuta nobiliare. Era una fuga senza meta, come del resto aveva confessato in quella lettera, o meglio senza una meta concreta: «Vado verso la primavera, verso il sole... Esso fiammeggia ai miei occhi nelle tinte brumose dell'Oriente»...

Nell'immaginario occidentale, l'Oriente era allora una sorta di discesa verso il mito e verso l'annullamento, il fiume Oronte che si contrapponeva alla romanità del Tevere. C'era chi, come Chateaubriand, come Flaubert, intraprendeva quel viaggio «in cerca d'immagini» e in nome dell'esotico, ma sempre con la testa ben fissa sul ritorno, una sorta di pellegrinaggio laico. Ma per de Nerval c'era invece ben altro, il combaciare della realtà con l'immaginazione: lui quell'Oriente l'aveva «già visto nei sogni giovanili», il meraviglioso a ogni angolo di strada perché in realtà a ogni angolo della mente. «È davvero una sensazione dolorosa, quella di perdere quel bell'universo che si è creati da giovani attraverso letture, quadri e sogni. Il mondo che si forma in questo modo nella testa dei ragazzi è così ricco e bello, che non si sa se sia il frutto esagerato di quello che abbiamo appreso, o il ricordo di un'esistenza precedente, la magica geografia di un pianeta sconosciuto».

Così, nell'Oriente raccontato in quel Viaggio in Oriente che ora torna in libreria a più di vent'anni dalla sua prima uscita in Italia (Ares, pagg. 704, euro 24, traduzione e cura di Bruno Nacci, prefazione di Giuseppe Conte) non c'è mai posto per l'incubo, tutto ciò che nella quotidianità sta a indicare il brutto, il negativo, il meschino, niente che richiami l'icasticità dei giudizi, ancora, di uno Chateaubriand: «Passate incessantemente da un bazar a un cimitero, come se i turchi fossero lì solo per comprare, vendere e morire», «un gregge che un imam conduce e un giannizzero sgozza»... No, c'è sempre e solo l'estasi rotante dei dervisci, lo splendore dei tessuti e dei frutti, l'incanto dei paesaggi e delle donne, la cortesia e l'arte del ricevere.

Sogna, de Nerval, anche e soprattutto quando si rende conto che non basta «un'estate eterna» a rendere «la vita sempre felice». Sa che esiste «il nero sole della malinconia che a volte si alza anche sulle pianure luminose del Nilo. La polvere è pur sempre un triste velo sulla luce di una giornata orientale». È allora che si trova costretto ad ammettere che «solo a Parigi si possono trovare dei veri caffè orientali», rispetto all'umile botteguccia quadrata, con le pareti tirate a calce dell'Oriente reale... È anche per questo che bisogna moltiplicare i segni del travestimento, del travisamento, mutarsi esteriormente così come si va in cerca della propria musica interiore: «Con due berretti uno sopra l'altro, il collo scoperto e la barba tagliata, feci fatica a riconoscermi nell'elegante specchio tempestato di conchiglie che mi presentava il barbiere. Completai la trasformazione acquistando un grande pantalone di colore azzurro e un gilet rosso ricamato con passamanerie d'argento ben fatto»... Stringe il cuore questa descrizione se si pensa al de Nerval degli ultimi anni di vita, quello che fa il bagno nudo nelle fontane pubbliche, ladro di scarpe che si trascina di osteria in osteria e infine, una notte d'inverno, si impicca a una grata...

Eppure, finché il sogno tiene è il sogno che diventa realtà e fa di questo «figlio di un secolo in abito nero che sembra portare il lutto», il cantore «dell'ineffabile grazia delle città orientali costruite sulle rive del mare, cangianti quadri della vita, spettacolo delle più belle razze umane, dei costumi, delle barche, dei vascelli che s'incrociano sui flutti azzurri. Si sgomita sorpresi tra questa folla variopinta, che sembra vecchia di due secoli, come se lo spirito risalisse le età, come se lo splendido passato dei tempi trascorsi per un istante fosse tornato».

Tutto nel Viaggio in Oriente è fantastico, come bene spiega Bruno Nacci nella sua introduzione: la sua stessa struttura è frutto di contaminazioni fra tempi diversi e viaggi diversi, con al proprio interno la riscrittura di racconti altrui, la storia della Regina del Mattino, quella del califfo El-Hakim, la rielaborazione del rinascimentale Hypnerotomachia Poliphili... Gli otto mesi di permanenza al Cairo, in realtà sono solo tre, la schiava comprata e poi liberata è un'invenzione poetica e così via. Ciò che lo rende ancor più unico è la struggente consapevolezza che il suo quarantenne autore è in gara con il tempo, ha superato «gli ardori più intensi» della giovinezza senza nemmeno poter dire di averla veramente conosciuta e si ritrova a pensare «alle sere vermiglie della vita e alla notte che seguirà». È «in quell'ora solenne che non è più mattino, che non è sera» e l'unico rimedio ha il sapore di un'ultima illusione: «Continuare a vivere su questa sponda dell'Asia dove mi ha gettato la sorte. Da qualche mese mi sembra di aver risalito il cerchio dei miei giorni: ho solo vent'anni».

Scrive Giuseppe Conte nella sua prefazione, ulteriore valore aggiunto a questa riedizione del libro, che de Nerval è per tutti quei lettori «disposti ancora a cercare di vedere l'invisibile», a credere che «l'ideale splende sempre al di là del nostro attuale orizzonte». Le sue pagine «hanno la vastità sempre in movimento del mare e i riflessi che vi versa la luce del sole e quella della luna». Naufragarvi dentro è un privilegio.

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