Clerici, "scriba" del tennis un novelliere dietro le quinte

Una penna dedicata a narrare lo sport da una prospettiva particolare: «Non sono un reporter, i setter riportano...»

Clerici, "scriba" del tennis un novelliere dietro le quinte

Q ualche anno fa, a Wimbledon, si mandò reciprocamente a quel paese con Francesca Schiavone. Giovanni, Gianni Clerici, Como, classe 1930, come Giôan Brera di cui era vicino di scrivania al Giorno (prima di passare a Repubblica), prodigo di soprannomi e di rimandi storico-letterari, l'aveva soprannominata la Leonessa. C'entravano le origini bresciane della campionessa 2010 del Roland Garros, le Guerre d'Indipendenza, la strenua, eroica resistenza che Francesca metteva in ogni scambio. Ma Francesca se ne lamentò e Gianni lo venne a sapere. Così si presentò in sala stampa a chiarire la cosa. Lei, incauta, lo interruppe: «Chiamami come vuoi, tanto voi giornalisti fate quello che vi pare». Doppio sbaglio: a) dargli del giornalista; b) sistemarlo in una categoria. Lui eruttò: «Io non sono un giornalista».

L'incauta Schiavone non conosceva, evidentemente, quello che di Gianni disse Giorgio Bassani: «E' uno scrittore prestato al giornalismo». Clerici ha raccontato tutti gli sport, perfino il calcio, ma a parte il tennis ha amato moltissimo lo sci. Il tennis lo ha praticato arrivando a disputare i primi turni sia al Roland Garros, sia a Wimbledon. Raggiunse la periferia sud di Londra in auto, epicamente, in tempi in cui l'Europa non era un'autostrada. A Wimbledon, sull'erba, gioca ancora, nei ritagli del torneo.

Gianni Clerici, nel giornalismo, ha precorso i tempi. Paradossalmente è più attuale ora, a 87 anni portati egregiamente in prima linea, di qualche decennio fa. Ora il potere della scrittura, la bravura nel raccontare, la seduzione del lettore, sono la vera unica notizia di un quotidiano di carta. Gianni ha sempre sostenuto di non essere un reporter, piuttosto uno scriba. Al festival della letteratura di Mantova, nel 2009, spiegò: «Non sono un reporter, i setter riportano. Sono un giornalista che narra quello che altrimenti non avreste modo di sapere».

Ha ragione. Ha sempre offerto una prospettiva diversa con cui leggere un avvenimento, non un elenco di risultati. Il tratto di Gianni Clerici è sempre stato quello del grande novellista. Pennellate, immagini, battute fulminanti, dialoghi, spesso immaginari, che hanno la funzione, come in quello leopardiano tra il venditore di almanacchi e il passeggero, di veicolare un messaggio, di trasmettere un'idea, di stimolare un approfondimento.

Gianni ha sempre giocato la sua partita, incurante degli avversari come dovrebbe fare un vero giornalista. La prima immagine che ho di lui risale al 1988 all'Olimpiade di Seul in una specie di parcheggio, sotto lo stadio del tennis. Raffaella Reggi era stata sconfitta nei quarti da Manuela Maleeva. Gianni torreggiava, per altezza e lettura del match, su un gruppo di avventizi come me. Pochi hanno contribuito alla divulgazione del tennis come lui. Quando cominciai a occuparmene mi disse: «Sono contento che ci sia qualcuno del Corriere che lo segua stabilmente». La sua storia lo ha portato, secondo italiano dopo Nicola Pietrangeli, nella Hall of fame di Newport. Il suo migliore amico nell'ambiente era l'americano Bud Collins (scomparso nel 2016), come lui columnist (per il Boston Globe) e commentatore televisivo. Una coppia incredibile. Gianni alto e vestito in modo non appariscente, Bud sempre con papillon e pantaloni dai colori sgargianti. I loro dialoghi erano sensazionali. Gianni sempre critico verso gli italiani, soprattutto i frequentatori di stadi, tennis compreso. Bud più benevolo, generoso anche verso i nostri difetti.

Gianni è un'istituzione. In un Wimbledon particolarmente piovoso, mi ammalai, e lui, vedendomi prostrato, mi portò da uno dei dirigenti del club che mi accompagnò al centro medico dove mi visitarono come se fossi appartenuto alla famiglia reale. Uomo colto, curioso, ha scritto decine di libri, dal monumentale 500 anni di tennis, all'ultimo delizioso romanzo Diario di un parroco del lago (Mondadori). Con lui, in un giorno di sciopero dei giornali, abbandonammo il Roland Garros per una mostra al Beaubourg. Durante i tornei frequentava teatri, visitava musei. A Melbourne andammo insieme allo zoo. Malgrado la sua magrezza, apprezza la buona tavola. In Rue Princesse a Saint Germain, dove facevano un grande os a moelle, cioè l'ossobuco versione francese, mangiammo ai quattro palmenti e quando mi avanzò, stranamente, qualcosa, mi guardò male: «Mia madre mi diceva sempre di non lasciare nulla nel piatto».

Ora scrive con il pc, ma come Gianni Mura ha resistito strenuamente con la sua Lettera 22 prima di cedere. Il ticchettio si udiva in tutte le sale stampa, seguito dalla dettatura del pezzo ai dimafoni. Con Rino Tommasi ha inventato un genere nel commento sportivo in tv. Rino, rigoroso, attento al dettagli, soprattutto statistici, lo chiamava Dottor Divago per la tendenza di Gianni a perdersi in aneddoti e sfaccettature. Questa loro distanza, però, ha prodotto momenti indimenticabili, telecronache straordinarie e un popolo di aficionados, come li definiva Gianni, che ancora li rimpiangono.

L'ultima volta che l'ho incontrato era in compagnia di una signora simpatica, carina e intelligente. «Chi è?» gli ho chiesto, curioso. «La mia infermiera» mi ha risposto. Ma stava, e sta, benissimo. E questa è un'altra storia.

(12. Continua)

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