Cosa c'è dietro l'addio di Inzaghi alla Lazio

L'incubo di un nuovo Nesta, la bandiera ammainata che fa male. Il divorzio tra Lazio e Inzaghi meno romantico di quanto avrebbe voluto la "lazialità"

Cosa c'è dietro l'addio di Inzaghi alla Lazio

Il cuore e la testa. Il primo ti dice: “Caz** Simone, perché? Perché?”. Il secondo capisce, a fatica, ma capisce. L’addio di Inzaghi alla Lazio è il più tipico dei romanzi scritti sulla sponda biancazzurra di Roma: un bellissimo racconto, carico di significati, un mix di emozioni. Ma non ha il lieto fine. Mai. In fondo lo sapevamo tutti che prima o poi sarebbe andata così: di Sir Alex Ferguson eterni allenatori con la stessa maglia ne esiste solo uno ed era tutto un altro calcio. Oggi la bandiera va e viene. Però questa volta al laziale sembrava una storia diversa. Sembrava che mister “Spiaze” alla fine avesse deciso con l’anima anziché con la logica, sembrava che dopo mesi di rinvii fosse riuscito a convincere Lotito a ritoccargli lo stipendio (impresa non semplice, va detto), sembrava avesse deciso di legarsi ancora alla “prima squadra della Capitale”. Invece prima sì (“daje Simone mioooo”), poi no (“li mortacci tua”). E via in direzione Milano sponda nerazzurra.

Più che ricostruire retroscena su come si sia arrivati a questo punto (soldi, carriera, mercato), bisognerebbe provare a capire perché nell’ambiente laziale quanto successo ieri ha avuto gli stessi effetti di un terremoto. Innanzitutto i sentimenti. Simone era l’ultimo appiglio ad una gloria che non c’è più, l’ultimo dei mohicani dell’Era Cragnotti, l’attaccante dello scudetto insomma. È rimasto una vita alla Lazio, pure quando la società rischiava di saltare in aria, s’è fatto la gavetta come allenatore alle giovanili. Ventidue anni in tutto, mica spiccioli. “Simone non è mai stato solo un allenatore, è sempre stato molto di più”, dicono di lui i tifosi. Ha conquistato tre trofei, ha fatto assaporare per qualche mese il sogno scudetto. Che volete di più? Per ogni laziale Inzaghi è uno di famiglia: per questo vederlo andar via - al di là di tutto - è complicato. Senza esagerare, ad alcuni fa lo stesso effetto di un fidanzamento naufragato male: magari era arrivato il momento, lo sai anche tu, ma cacchio quanto brucia. Resta il magone. E benché uno si convinca che alla fine “conta solo la Lazio” non è detto che l’estate basterà a rimarginare la ferita.

Perché qui il problema non è il “cosa” sia successo, ma il “come”. A ragionare col cervello si capisce chiaramente che il ciclo era finito, che ormai mancavano “gli stimoli”, che dopo cinque anni con gli stessi giocatori (e diverse schiappe) di più non potevi fare. Se a fine campionato Inzaghi avesse scritto a tutti “Laziali miei, è il momento di separarci, grazie di tutto”, allora molti se ne sarebbero fatti una ragione. Forse l’avrebbero applaudito. Alla peggio avrebbero accusato Lotito, sport largamente (e ingiustamente) praticato dalle parti di Formello. Ciò che invece ferisce è quel “resto, sono felice” per poi cambiare idea la mattina successiva. Due sere fa si sprecavano post con l’elenco delle vittorie per celebrare il rinnovo. E poi? Poi la batosta. A lasciare l'amaro in bocca è l'aver assaporato il sogno di una bandiera, per poi dover fare il bagno con la cruda, logica realtà.

La posizione ufficiale della Curva Nord è quella di “non contestare la scelta” di Simone, dunque “stima e rispetto” per l’attaccamento alla maglia e l’atteggiamento “da tifoso” sempre dimostrato. Però il comunicato riconosce che “nel calcio non esistono bandiere se non quella che il tifoso porta allo stadio ogni domenica”. Sembra di rivivere l’incubo Alessandro Nesta: la morsa allo stomaco è identica. In quelle parole (“non esistono bandiere”) c’è tutta la delusione di una vicenda che sembrava poter smentire l’antifona, e invece l’ha confermata in pieno. Una storia d’amore finita nel peggiore dei modi. “Aquilotti, per me è stato un brutto risveglio”. “Mi sento tradita e persa”. “Ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma non così”. Alla fine i tifosi che si erano riuniti sotto il vessillo di "Inzaghi garante della lazialità”, ora si divideranno di nuovo in fazioni. Già oggi c’è chi lo condanna senza appello (“a ‘nfame”, “mercenario”, “traditore”), chi non si capacita e cita Alda Merini (“Non mi manca quello che mostravi di essere, mi manca quello che pensavo tu fossi”). Chi accusa Lotito per aver fatto aspettare il mister “sedici fottuti mesi” in attesa di un contratto. E chi capisce che la chance era troppo ghiotta per dire di no. Stati d’animo, a loro modo parimenti rispettabili. Ma alla fine, a tutti, non resta che un filo di amarezza per un calcio che non sa più essere romantico. Speriamo solo non lo fischino al ritorno all’Olimpico: dopotutto, non lo meriterebbe.

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