Al Ula Basta poco. Ho pensato questa mattina quando mi sono svegliata. Non era ancora l'alba. Tappa due, Yanbu-Al Ula. La carovana della Dakar si sposta verso nord, si lasciano le spiagge del Mar Rosso, le piste veloci attraverso i canyon per sfidare i monti Hedjaz. Come una transumanza, i camion si sono messi in moto dalla notte prima, per continuare incessantemente sino alla partenza dell'ultima vettura. Il bivacco è un accampamento su ruote che si sposta ogni giorno per ricostruirsi come un grande puzzle su una distesa di arena. Come un antico accampamento romano, si articola in settori dove si sistemano i team creando una grande piazza, dove sorgono le tende del catering, area concorrenti, il centro medico da campo e la stanza per la preghiera. Un villaggio.
Curiosamente, i vari servizi sono gestiti da nazionalità diverse. Il catering è un'enclave filippina. Sono ben 300 gli addetti ai lavori che si danno il turno tra colazione, pranzo e cena. La corsa non si ferma mai: quando partono le prime moto, rientrano gli ultimi camion in gara che hanno passato la notte ad assistere le macchine dei loro concorrenti rimasti bloccati in qualche buco nella sabbia. Il banco della pasta è sempre in funzione. Per scacciare il sonno e la fatica, ogni tanto le ragazze si mettono a cantare mentre servono il cibo: un menù a base di riso, pollo e agnello. I bagni invece sono gestiti da giovani del Bangladesh. È il lavoro più duro, non importa entrare nei dettagli, ogni volta mi stupisco.
Non parlano inglese. Sono gli invisibili della moderna Dakar. Basta un sorriso, Shukran grazie per dare un senso alla loro giornata. Basta poco. La gara: tappa 2, Quintero (Toyota) vince nelle auto, Sanders (Ktm) nelle moto