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Kimi come il grande Ascari. E a 19 anni riscrive la storia della Formula Uno

Vince il 2° Gp di fila (ultimo italiano il mito Anni '50) e va in testa al campionato. Ma in Giappone niente champagne... per l'età

Kimi come il grande Ascari. E a 19 anni riscrive la storia della Formula Uno
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In Giappone non ha l'età per bere champagne, tanto che sul podio lo hanno costretto a brindare con una improbabile bevanda analcolica. Ma proprio a Suzuka, dove è diventato il più giovane leader del campionato nella storia della Formula 1, Andrea Kimi Antonelli ha dimostrato di avere l'età e soprattutto il talento per puntare al titolo mondiale. La seconda vittoria è ancora più dolce della prima perché Kimi ha dimostrato, a 20 anni ancora da compiere, di avere una testa e un piede fuori dal comune. Non c'è niente di ordinario in questo ragazzo che sta riscrivendo la storia: era dai tempi di Ascari nel 1953, che un italiano non vinceva due gare di fila. A Suzuka, una pista a suo modo leggendaria nel bene e male, nella gioia e nel dolore (Senna & Prost, la prima volta di Schumi in Rosso, ma anche l'ultima di Jules Bianchi), Kimi non ha perso la calma dopo aver clamorosamente sbagliato la partenza ("Un mio punto debole, ci devo lavorare, ho sbagliato a rilasciare la frizione facendo pattinare troppo le gomme"), ma ha avuto la capacità di non abbattersi e di ricostruire la sua gara dalla sesta posizione in cui era sprofondato alla prima curva dopo essere partito in pole.

Ha passato Hamilton e Norris, ha avuto delle difficoltà con Leclerc, ma poi quando il destino gli ha sorriso, lui non ha perso l'occasione. La Safety Car provocata da Bearman, gli ha permesso di perdere meno tempo degli altri e di andare in testa. Lui, prima è ripartito senza esitazioni, poi ha imposto alla gara un ritmo pazzesco con una serie di giri praticamente identici intervallati da qualche fucsia qui e là per tenere alta la concentrazione, mentre negli specchietti sparivano gli avversari. Un modo di correre alla Schumacher o alla Hamilton. Lo chiamavano Hammer Time, potremmo ribattezzarlo Kimi Time. In questa modalità è volato via, perso di vista anche dalle telecamere che si sono fermate sui duelli per il podio, prima tra Leclerc e Hamilton, poi tra lo stesso Charles e Russell.

Nel suo splendido isolamento, questa volta Kimi non si è distratto. Impeccabile e implacabile fino alla bandiera a scacchi. Non è stata la vittoria delle lacrime, ma quella della consapevolezza. Due settimane dopo Shanghai, Kimi sembra già un altro. Lo stupore e la gioia della prima volta hanno lasciato spazio alla convinzione di avere tra le mani la carta che può far saltare il banco ("Mi sono sentito in mano la macchina per tutto il weekend"). Russell comincia a vedere i fantasmi e a pensare che lassù qualcuno non vuole che vinca lui. Kimi sorride e si diverte.

Il sogno è appena incominciato. Dopo aver festeggiato come Clark in Cina e come Bolt in Giappone, può cominciare a pensare che cosa inventarsi la prossima volta. "La stagione è lunghissima, non voglio pensare di essere in testa al mondiale. Russell tornerà al top, io devo alzare l'asticella e lavorare come sto facendo", ha aggiunto con la tranquillità di chi si sta preparando a una gita scolastica con i compagni di scuola.

È la bellezza dei 20 anni che possono essere il suo limite (di esperienza), ma anche il suo vantaggio (di leggerezza). Al contrario di Russell, Kimi non è obbligato a vincere il Mondiale. Ma proprio per questo potrebbe davvero riuscirci.

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