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Pernat: "Il Motomondiale fa 1000 Gp ma rimpiango l'epoca pre-Valentino"

Come team principal e manager Carlo Pernat ha partecipato a oltre 500 gare: "Prima eravamo zingari trasgressivi, ora perfezionisti. L'era Rossi ci ha cambiati"

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Mille di questi Gp. Troppo facile scegliere l'augurio per il Motomondiale che festeggia, domani in Francia, il suo millesimo Gran Premio. Il primo si corse nel 1949 all'isola di Man, quando ancora i tracciati erano stradali, i caschi a scodella, le moto avevano gomme dure e strette ma le velocità erano già da capogiro. Da allora sono passati più di settant'anni e la super tecnologica MotoGP di oggi ha ben poco a che vedere con quella pionieristica stagione del Dopoguerra. Il viaggio che ha portato al millesimo Gp è stato lungo e appassionato, scandito dal grandi sfide, grandi vittorie, momenti drammatici e tragici, gioie, pianti e cambiamenti.

Carlo Pernat, classe 1948, team manager di grandi squadre e grandi piloti, di questi mille ne ha vissuti più della metà

«Possiamo dire che sono nato insieme al Motomondiale. Era destino che dovessi viverne una bella fetta, sono arrivato nel 1987, per rimanere».

Raccontacela questa fetta.

«Se penso da dove siamo partiti e dove siamo arrivati oggi, mi dico: ma dove diavolo siamo finiti? È tutto un altro mondo rispetto a quello che ho trovato agli inizi, dove prevaleva la voglia di divertirsi, il pilota era trasgressivo, piuttosto che salutista e perfezionista come oggi; e poi ci si conosceva tutti, c'erano grandi rivalità e grandi amicizie ma si stava spesso tutti insieme. Per la prima metà abbondante di questi mille GP il Mondiale è stato un circo di zingari, vestiti ognuno a modo suo, un po' improvvisati se vogliamo ma ricchi di personalità. In questi ultimi anni si dà tanta importanza all'immagine, alla comunicazione, alla forma più che alla sostanza; ieri era tutto più vero e chi andava a vedere le gare era più appassionato di chi correva e si sentiva anche lui in qualche modo pilota».

Poi?

«Tutto è cambiato con l'era di Valentino Rossi che ha dato grande popolarità al motociclismo da corsa. Sono arrivate in circuito persone che non sapevano niente di moto, affascinate dal campione- personaggio».

Il motociclismo ha allargato i suoi confini. Non è un bene?

«È un bene ma ha portato grandi trasformazioni, l'era dello sport pane e salame dove tutti erano amici è finita e chi l'ha vissuta la ricorda con nostalgia. Era un motociclismo romantico dove dopo la gara si ritrovavano tutti a bere una birra. Oggi non più».

Ti senti un pesce fuor d'acqua?

«No, niente affatto, perché ho ancora una gran passione e continuo a voler fare gruppo, a fare casino. Anche se il rapporto con i piloti è cambiato perché potrei essere il nonno di quelli che assisto oggi (fra questi Bastianini). Sono giovani molto diversi da quelli di ieri, non hanno bisogno di stare in compagnia e ci sono meno occasioni per familiarizzare».

Chi sono i piloti che hanno fatto la storia in questi mille Gp?

«Valentino Rossi naturalmente, poi Randy Mamola che faceva ballotta con tutti ed era sempre di buon umore; non ha mai vinto il titolo ma era un trascinatore. E Kevin Schwantz, una sorta di Rossi made in Usa, spettacolare, amatissimo».

E Giacomo Agostini?

«Giacomo è la figura principe del motociclismo. È stato il precursore ed è rimasto il personaggio vero, l'appassionato vero. È rimasto se stesso e i piloti di oggi hanno una grande ammirazione per quello che ha fatto».

Avresti mai detto che le Case motociclistiche europee avrebbero superato quelle giapponesi?

«Se vent'anni fa mi avessero chiesto se fosse possibile, gli avrei risposto: è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago Mi avessero detto che un giorno avremmo avuto uno schieramento con la metà delle moto italiane e altre quattro austriache non ci avrei mai creduto, così come non avrei mai pensato che la Honda potesse ridursi così. Quel che è successo è dovuto alla bravura degli uomini che lavorano nelle aziende europee, perché l'ingegner Dall'Igna ha smazzato le carte, ha portato tutti a lavorare in aree nuove ed è stato bravo a batterli. Ha creato un divario tecnologico difficilissimo da colmare; i giapponesi hanno accusato il colpo e non si sono ancora ripresi. Il pericolo è che anziché volersi riscattare decidano di andarsene perché sono rimasti molto indietro».

Nel motociclismo di oggi mancano i personaggi.

«È vero, perché è ancora troppo viva la presenza di Rossi e nel paragone con lui escono tutti perdenti. Ma avremo nuovi personaggi... e non ci vorranno altri mille Gp».

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