Ha una lista sterminata di inviti al Giro d'Italia, tanto che Mauro Vegni a questo punto dovrebbe farne uno tutto suo, solo per andare a stringere mani e accontentare quanti lo vogliono a pranzo o a cena. "Se dessi retta a tutti, non arriverei davvero al traguardo: muoio prima" (ride). Mauro Vegni, classe '59, dal'95 uomo di rifermento di Rcs Sport, prima di diventare nel 2002 il patron della corsa rosa, per il momento osserva. Quello che si sta correndo è l'ultimo Giro che ha disegnato, ma da febbraio è formalmente andato in uno stato di quiescenza. "Sono in pensione, lo dica senza tanti timori: non mi offendo".
Allora incominciamo: come si sta da pensionati?
"Bene, perché è stata una cosa maturata poco per volta".
Per entrare nel ciclismo, galeotto fu il pallone
"Esattamente. All'epoca abito in un condomino a pian terreno e davanti a noi c'è la famiglia Mealli. Franco è già un organizzatore di grido di corse ciclistiche e non solo. È uomo di sport e ricordo che da bimbetto seguo da casa sua i Mondiali di Mexico '70. È grazie a questa frequentazione che Franco mi prende in simpatia. Comincio ad andare in giro con lui fino a quando nel '76 inizio a lavorare per la sua Velo Club Forze Sportive. Ho 17 anni".
In Rcs Sport come ci arriva?
"Seguendo Mealli. Ormai Franco deve pensare al futuro e vende in blocco tutte le sue più importanti corse al gruppo Gazzetta. Corse di prestigio e storia: dalla Tirreno-Adriatico al Lazio, dal Pantalica all'Etna. Io sono il suo uomo di fiducia e vado ad arricchire lo staff di Rcs Sport. Arrivo in una società che ha fatto la storia dello sport e del ciclismo in particolare. Lavoro con Vincenzo Torriani e con Carmine Elo Castellano: uno un gigante, l'altro galantuomo innamorato del ciclismo".
Il momento più bello?
"Nel 2000, quando riuscimmo a partire da Roma e alla vigilia fummo ricevuti in udienza privata da Papa Giovanni Paolo II. Ma anche l'anno scorso, per l'arrivo a Roma, con l'attraversamento dei giardini Vaticani e la sosta con il neo Papa Leone XIV. Ma avrei un altro momento molto bello, 2018, partenza da Gerusalemme. A livello logistico e diplomatico è stato un lavoro pazzesco".
Il momento più difficile?
"Nel 2013, per le condizioni meteo che condizionarono la Sanremo (per la neve stop a Masone, ripartenza a Cogoleto, ndr) ma anche il Giro sempre tempestato dal gelo. Galibier a metà, le Tre Cime di Nibali conquistato nella tormenta".
Ha un corridore del cuore?
"Per la sua classe, Michele Bartoli. Ma su tutti direi Alberto Contador. Per me è il Baggio del ciclismo".
Una cosa che avrebbe voluto realizzare.
"Non ci crederà ma nel 2020 arrivammo vicinissimi a fare una Grande Partenza in Giappone, a Tokio. Era tutto pronto, tutto fatto, poi qualcosa si inceppò peccato".
Dopo di lei nessun altro patron?
"Arriveranno altre figure, ma una che condensi in una persona una responsabilità sportiva, politica ed economica-amministrativa non ci sarà più".
Chi vincerà il Giro?
"Penso Vingegaard, ma spero Pellizzari".
Cosa farà
da grande?"Ho da fare un Giro d'Italia per salutare i tanti amici che ho in giro per la Penisola. Poi mi godrò il mio giardino. È bellissimo. Mi piace curare i fiori, le rose in particolare: ne ho di bellissime".