Viaggio negli stadi tra tifo, emozioni e cibo

Da Anfield alla Bombonera: impianti nel mito in "Porte aperte" di Paolo Condò

Cominciò per gioco, è diventato un libro di stadi, di storie, di memorie e di imperdibili campioni. Cominciò con la voglia di liberarsi dalle catene del lockdown: in quei mesi di isolamento sociale ed emotivo, ogni mattina Paolo Condò, giornalista, inviato per molti anni, oggi opinionista di Sky sport, pubblicò su Twitter poche battute con foto dedicate agli stadi della sua carriera, visitati, vissuti, scalati e frequentati col computer in valigia e la curiosità del viaggiatore negli occhi. Ne venne fuori un appuntamento quotidiano di successo e una serie molto apprezzata dal pubblico del social così da suggerire all'editore Baldini&Castoldi la pubblicazione di Porte aperte, un volume che è qualcosa più di un atlante suggestivo per gli innamorati del pallone. Sono trenta gli stadi, trenta le città di riferimento, trenta gli artisti che hanno reso celebri quei palcoscenici, da Diego Armando Maradona a Messi, da Ronaldo a Totti, tanto per citare solo alcuni soci del prestigioso club fuoriclasse incontrati, intervistati e osservati durante le centinaia di partite seguite per lavoro. Oltre alle imprese calcistiche, alle foto, alle citazioni famose, alla testimonianza di episodi, il racconto è pieno anche dei sapori speciali ricavati dalle abitudini dei cronisti in giro per il mondo.

Così è possibile prendere nota del fish and chips segnalato dalle parti di Anfield, lo stadio del Liverpool, una delle tante cattedrali europee dove si entra accompagnati da un'atmosfera che sa di religione, di religione laica ma di religione. Oppure è utile mandare a memoria l'indirizzo di uno dei tanti chioschi di tapas che circondano il Santiago Bernabeu di Madrid che è stato il luogo della felicità di milioni d'italiani e delle schiere milaniste. E infine sentire nel naso il profumo degli spiedini venduti fuori dalla Bombonera, che è un modo come un altro per inoltrarsi nel malinconico mondo di Maradona e dei suoi vedovi inconsolabili. Chi non ha mai provato le vertigini può inerpicarsi fino ai 3.600 metri d'altezza di La Paz, in Bolivia, e scalare le tribune dell'Hernando Siles per cogliere l'emozione di uno spettacolo inedito. Il tutto a dimostrazione plastica della famosa espressione di Josè Mourinho («chi sa solo di calcio non sa niente di calcio»). Sono soltanto trenta gli stadi. Tanti altri stadi e racconti mancano all'appello: quello della gioventù triestina, ad esempio, e magari quello degli amori di un tempo andato. C'è spazio per una seconda puntata, allora. Per la quale suggerisco di non dimenticare lo Zaccheria di Foggia.

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