Le stagioni della passione secondo Luca Ricci

In «Gli estivi» lo scrittore sfata i luoghi comuni su sesso, matrimoni e tradimenti: «Niente gelosia, niente coppia»

L uca Ricci è uno scrittore impegnato a demolire i luoghi comuni. Gli estivi, il suo nuovo romanzo è il secondo «capitolo» di una tetralogia sulle stagioni inaugurata nel 2018 da Gli autunnali. I quattro romanzi sono pubblicati da La nave di Teseo. Il tema è tra i più difficili da trattare: l'amore in tutte le sue sfumature. Impresa superata con profondità e ironia. Uno scrittore di mezza età, in vacanza al Circeo con la moglie, si innamora di una ragazza molto giovane, Teresa, ancora prima di conoscerla. La incontra solo d'estate, per quindici anni. Al lettore il compito di scoprire se la storia ha un lieto fine oppure no. C'è tempo per riflettere anche sul matrimonio, sul sesso dopo una certa età, sulle gioie (e meschinità) della vita quotidiana, sullo stato dell'editoria. Gli estivi (pagg. 230, euro 18) è molto divertente e lascia la sensazione di non aver capito molto del sentimento più importante. Chiediamo lumi a Luca Ricci stesso, che ha anche scritto L'amore e altre forme di odio (appena uscita la nuova edizione, sempre per La nave di Teseo, dopo il successo del 2006).

Chi erano Gli autunnali del primo romanzo e chi sono Gli estivi del secondo?

«I personaggi da un libro all'altro sono cambiati poco, pur essendo diversissimi. È un paradosso che abbraccio volentieri perché, come dico nel romanzo, il paradosso è il terreno della letteratura. I personaggi de Gli estivi sono simili a quelli de Gli autunnali, ma non sono gli stessi. Questo è essenziale, che io abbia convocato sulla pagina dei sosia, dei quasi identici, ma non gli stessi personaggi. È la differenza che passa tra una replica e una variazione, tra una serie - penso subito alla serialità dei gialli Sellerio - e una quadrilogia dedicata alle stagioni. Io mi diverto a definirla anche serialità del profondo, dove a tornare identici sono soltanto i temi: amore, disamore, ossessione, cultura, tempo. Direi quindi che siamo di fronte a uomini e donne che tentano di vincere lo spavento più grande: vivere e amare - se c'è differenza».

Un incontro fortuito ed è amore senza neppure bisogno di conoscersi. Perché ci lasciamo travolgere da alcune persone e non da altre?

«Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe una di quelle prolusioni che il protagonista de Gli estivi, quando è annoiato a morte, tiene nella sua villetta del Circeo. Per Goethe sono le affinità elettive, quella sorta di alchimia misteriosa, quel meccanismo segreto di attrazione e repulsione, che non solo opera una prima scrematura, ma addirittura restringe il campo del nostro desiderio a un unico soggetto. I quattro personaggi del romanzo di Goethe per concedersi hanno bisogno di un rispecchiamento totale nell'altro. Gli estivi è molto meno romantico e parla di amori potenziali quasi a ogni angolo di strada, un po' come sosteneva la Nouvelle Vague di Truffaut. Si dice che le persone che potrebbero travolgerci sono tante, e le lasciamo perdere soltanto per una specie d'istinto di sopravvivenza. Ma il protagonista decide di non lasciare perdere, di non abbassare lo sguardo. Teresa la conosce così, durante una cena con la moglie, un gioco a senso unico, perlomeno all'inizio, tra i tavoli di un ristorante vista mare».

Ogni matrimonio è destinato a un fallimento più o meno onorevole?

«È ciò di cui si dibatte incessantemente nel romanzo. Si può dire che è costruito su due piani che corrono parallelamente per tutte le quindici estati che rappresentano l'arco temporale: su un piano ci sono gli eventi, le cose che accadono, il ménage coniugale al Circeo e l'ossessione amorosa del protagonista per una ragazzina che si chiama Teresa; sull'altro c'è questo fuoco speculativo, bisogna dire messo in atto soprattutto dai coniugi, quando il protagonista cioè rientra nella sua dimensione familiare, che è una ruminazione infinita sul matrimonio, su questo contratto bizzarro che gli uomini si sono inventati per stare insieme, che è più ampia della storia, e infatti continua e continuerà negli altri tasselli della quadrilogia».

La condizione necessaria affinché l'amore sia duraturo è la sua irrealizzabilità?

«Se l'uomo ha una natura sostanzialmente tragica - e ce l'ha, visto che è mortale, perciò destinato a porre termine anche alle cose che vorrebbe interminabili -, la fine di un amore, se vogliamo il suo happy end, non può che essere tragico. Se una storia va a finire male corrisponde alla sua natura, aderisce al suo destino. Per questo come scrittore sono contrario ai finali consolatori, al patetico E vissero felici e contenti. Anche se lì per lì finisce bene, sappiamo che poi, anche settimane e mesi e anni dopo, abbondantemente oltre il bordo dell'ultima pagina scritta, finirà male».

Nei tuoi personaggi nessuno è geloso: la libertà sessuale è perfettamente compatibile con l'amore?

«No, al contrario la gelosia è l'unica cartina al tornasole dell'amore. Se c'è l'amore c'è la gelosia, se non c'è la gelosia non c'è l'amore. Nei loro deliri a un passo da un'insolazione, quando sono in coda sulla Pontina in attesa di raggiungere il mare, soltanto allora i personaggi carezzano l'ipotesi del sesso libero. Ma finisce in una Waterloo. Ne Gli estivi l'incubo soverchia la sociologia, il ritratto del milieu romano e culturale è crocefisso dalla luce spietata dell'estate. È trasfigurato e perciò può essere tanto più spietatamente sincero».

Arrivare a detestarsi è l'approdo del vero amore, scavare, andare giù, toccare il fondo?

«Ne Gli estivi tento di ribaltare alcuni luoghi comuni, proprio come esercizio dell'intelligenza, sforzo di vedere l'amore da un punto di vista inconsueto, quindi sì, nelle loro dissertazioni, i personaggi arrivano alla conclusione che, come esperienza, l'amore come ascensione è meno probante e fondamentale dell'amore come abiezione. Non bisogna tirare in ballo Dostoevskij, l'abiezione dell'amore sopraggiunge endemicamente con la vita insieme, consiste nel dotarsi di un quotidiano condiviso, risiede nelle piccole o grandi routine di tutti i giorni. L'abiezione amorosa è la consuetudine».

Esiste l'amore-terremoto o l'hanno inventato i poeti?

«Esiste solo l'amore-terremoto, il resto sono solo relazioni sentimentali. Ancora il paradosso, dal quale non possiamo mai veramente uscire visto che stiamo parlando di un romanzo, nei paraggi di un romanzo. Ne Gli estivi il protagonista non ha dubbi, l'amore si manifesta sempre nello stesso modo, con un colpo di fulmine. O è istantaneo o non è. Per supportare la sua tesi si mette a fare l'analisi testuale di Romeo e Giulietta, in quanto storia archetipica dell'amore. E in un certo senso è proprio così, se si pensa che la versione shakespeariana è solo la punta dell'iceberg di tutte le versioni precedenti che segnano la storia d'occidente, da Senofonte a Ovidio. La tragedia di Shakespeare non lascia adito a dubbi, a Romeo e Giulietta basta uno sguardo, e già la sera stessa del loro colpo di fulmine, finita la festa dai Capuleti, Romeo si arrampica sul balcone per la famosa scena».

Dopo una certa età, scopare diventa soprattutto un prendersi cura? Sono molto belle le pagine dedicate al corpo e agli amplessi dei quasi anziani.

«Nel romanzo si dice che il sesso tra anziani non ha trovato poeti disposti a cantarlo, e un po' è vero. Se pensiamo a una relazione scandalosa ci vengono subito in mente coppie asimmetriche (o numeri dispari), che vivono di una sproporzione che le rende eccitanti e anche, in un certo qual senso, caricaturali, esagerate. Un evidente archetipo è La bella e la bestia, dove la differenza è perfino di specie, ma siamo appunto dentro a una esagerazione, mentre gli anziani rappresentano all'opposto una diminuzione: di forza fisica, di capacità di attrazione, di passione. Il sesso tra anziani non fa notizia perché è un canto al logoramento. Però persiste, c'è anche se non si vede, e questo è miserabilmente poetico».

Cambia qualcosa se dico cento volte al giorno ti amo o una sola? L'ossessione è parte dell'amore?

«È una delle domande fondamentali del romanzo e, mi verrebbe da dire, di tutta la quadrilogia sulle stagioni: esiste l'amore fuori dall'ossessione? Ne Gli estivi, al contrario de Gli autunnali, il protagonista sembra guarire, durante l'ultima estate con un coup de théâtre - non sapremo mai quanto reale o immaginario - sembra allontanarsi dai suoi demoni e da Teresa. Ma forse è anche una rinuncia alla vita, un pensionamento dall'esistenza».

Lello, l'editore amico del protagonista, è un personaggio fantastico. È un disperato puttaniere. Ma anche l'ultimo idealista nel mondo dell'editoria. Tira bordate micidiali contro editori, scrittori, lettori, critici. Cosa è andato storto nell'editoria italiana?

«Nella costruzione di Lello mi sono fatto una domanda che spesso mi faccio anche per le persone vere: qual è la sua contraddizione? È un gioco rischioso, perché quasi sempre in ognuno di noi convivono in modo anche abbastanza palese elementi incongruenti. Lello è così, va a puttane e sogna un'editoria pura, è umanissimo e per questo alla fine lo assolviamo. Nella sua costruzione mi ha aiutato anche Roma, che ha una editoria ancora ruspante, quasi naïve, passionalmente dilettantesca, fatta di terrazze e terrazzine più che di business plan. Di contro, nell'editoria italiana, viviamo un'epoca dove l'editore tradizionale novecentesco è tramontato, non esistono più padri padroni ma aziende spersonalizzate, case editrici contenitore, editori senza editore».

C'è una forte critica verso la letteratura che ha scopi pedagogici (il messaggio innanzi tutto) o di puro intrattenimento (la trama). Contro questi modelli viene invocato «il fattore Rimbaud»: cos'è?

«L'unica vera amoralità dell'arte è avere una morale, cioè sminuire il proprio campo e avvicinarlo pericolosamente a un discorso sociale, politico, religioso. La letteratura non è niente di tutto questo, e proprio per questa ragione, da questa specifica prospettiva, può e deve occuparsi della società, della politica, della religione. La sua moralità sta nel costruirsi come un campo di stimoli e come una serie di ipotesi sulla realtà (anche quando è fantastica, la letteratura si occupa della realtà, non può non occuparsi della realtà), che costruiscono una serie di modelli sperimentali. In ambito letterario le parole, se Dio vuole, sono solo parole, per questo possono e anzi devono essere spregiudicatissime. C'è tutta una corrente retorica abbastanza antiletteraria che invece dice: Le nostre parole incidono sulla realtà, la letteratura può cambiare il mondo!. Sarebbe una catastrofe, perché non potremmo più essere liberi di immaginare, di creare ipotesi alternative, di cercare e trovare punti di vista differenti, un altrove da cui guardare il mondo. Il fattore Rimbaud è semplicemente ritrovare questa spregiudicatezza».

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