Gentile Direttore Feltri,
lei per me è sempre stato un punto di riferimento, ed è per questo che oggi mi rivolgo a lei. Sono una madre di un bambino di cinque anni e mi porto dentro un dubbio continuo, che spesso si trasforma in senso di colpa. Quando lo rimprovero, quando cerco di correggerlo, quando gli nego qualcosa perché ha sbagliato, sto male. Mi sembra di essere troppo dura. A volte alzo anche la voce e poi mi sento in colpa per ore.
Mi chiedo se sto sbagliando. Se educare significhi davvero far stare male un bambino, o se invece sia giusto così. La verità è che mi sento confusa, e vorrei solo capire se sto facendo il mio dovere o se, al contrario, sto ferendo mio figlio.
La ringrazio se vorrà rispondermi.
Teresa Carrara
Cara Teresa,
la prima cosa che mi viene da dirti è questa: stai tranquilla. Non soltanto non stai sbagliando, ma stai facendo esattamente ciò che un genitore deve fare. E consentimi di aggiungere: oggi non è affatto scontato. Il fatto che tu ti ponga il problema, interrogandoti, che avverta perfino un senso di disagio quando rimproveri tuo figlio, non è il segno di un errore. È il segno che tieni a lui. Ma proprio qui si annida il rischio più grande del nostro tempo: confondere l'amore con l'assenza di limite. Tu dici di stare male quando lo correggi. Ebbene, è comprensibile. Rimproverare non è piacevole. Punire, nel senso più sano del termine, non è gratificante. Ma chi ha mai detto che il ruolo di genitore debba essere comodo? Da quando in qua educare è diventato un esercizio di benessere personale? Un genitore non è lì per essere sempre amato, ma per crescere un figlio che sappia stare al mondo. E stare al mondo significa, prima di tutto, incontrare il limite. Il limite non è una violenza. Il limite è una forma di amore. È dire a un bambino: non tutto ti è dovuto.
È insegnargli che esiste un confine tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.
È impedirgli di diventare un adulto incapace di sopportare la frustrazione.
E oggi, credimi, è esattamente questo che manca. Viviamo in una società che ha progressivamente delegittimato ogni forma di autorità: quella dei genitori, degli insegnanti, degli adulti in generale. Si è insinuata l'idea per cui educare significhi reprimere, correggere significhi umiliare, dire no significhi ferire. È una sciocchezza pericolosa. Il risultato è sotto i nostri occhi: ragazzi che non tollerano il rimprovero, che vivono ogni richiamo come un'offesa intollerabile, che reagiscono con rabbia sproporzionata, quando non con la violenza. Non è un caso se sempre più spesso assistiamo a episodi in cui un insegnante viene aggredito, un adulto viene insultato, un semplice richiamo scatena una reazione feroce, come ho già avuto modo di spiegare in questi giorni.
Perché? Perché quei ragazzi non sono mai stati abituati al limite. Non hanno mai sentito un no che fosse davvero un no. Non hanno mai sperimentato la frustrazione come parte naturale della crescita. Sono stati cresciuti nell'illusione che tutto fosse loro dovuto. E questa illusione, prima o poi, si infrange. E quando si infrange, fa male. A loro e agli altri.
Tu temi di essere troppo dura. Io temo il contrario: che si stia diventando tutti troppo deboli. Debole è il modello educativo che ci viene proposto. Un modello che trasforma i genitori in spettatori, che li priva del diritto e del dovere di educare. Punire, entro limiti ragionevoli, non è un abuso. Correggere non è una violenza. Alzare la voce, talvolta, non è una colpa mortale. È parte di un rapporto reale, vivo, umano. Tu non stai ferendo tuo figlio quando gli insegni che esistono regole. Lo stai proteggendo. Lo stai preparando a un mondo che non sarà indulgente come te.
Lo stai rendendo più forte, più consapevole, più capace di affrontare la realtà. E questo, credimi, è il gesto d'amore più grande che un genitore possa compiere. Continua così, senza farti paralizzare dal senso di colpa.Perché il vero sbaglio non è dire no. Il vero sbaglio è non dirlo mai.