Gentile direttore Feltri, le scrivo perché, da semplice cittadino, provo un senso di indignazione crescente di fronte a ciò che sta accadendo nel dibattito pubblico. Non bastavano gli attacchi continui e spesso violenti che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni riceve in Italia da una certa parte politica: ora assistiamo anche agli insulti provenienti dall'estero, addirittura da un conduttore televisivo russo che, con parole gravissime, si è permesso di offendere il nostro premier, arrivando a usare epiteti volgari e degradanti. Mi chiedo: è questo il livello del confronto politico internazionale? È accettabile che una figura istituzionale venga attaccata in questo modo, non per le sue idee, ma con insulti personali e, nel caso di una donna, con termini che hanno il solo scopo di umiliarla? Vorrei sapere cosa ne pensa.
Cordiali saluti,
Alessio Perelli
Caro Alessio,
quello che segnali non è soltanto un episodio sgradevole, ma l'ennesima conferma di un degrado che ormai non conosce più confini, né geografici né morali. Gli insulti rivolti a Giorgia Meloni da questo sedicente giornalista russo sono di una gravità assoluta. Non tanto, o non solo, perché colpiscono il presidente del Consiglio italiano, ma perché utilizzano un linguaggio triviale, sessista, deliberatamente umiliante, come tu stesso sottolinei.
Quando si dà della «vergogna della razza umana» a una persona, quando si scade nell'insulto personale, quando si ricorre a epiteti che hanno storicamente la funzione di degradare una donna prima ancora che un avversario politico, non siamo più nel terreno dello scontro di idee: siamo nella palude della barbarie verbale. E questa barbarie è tanto più intollerabile quando proviene da chi pretende di parlare a nome di una grande potenza e di impartire lezioni al mondo. Giorgia Meloni, da questo punto di vista, ha reagito nel modo migliore possibile: con compostezza, con misura, con quella eleganza che è propria di chi non ha bisogno di abbassarsi al livello dell'avversario per affermare la propria posizione. Non ha replicato insulto con insulto, non ha ceduto alla tentazione, pure comprensibile, di restituire moneta con gli interessi. E ha fatto bene. Perché rispondere a certa gente significherebbe riconoscerle una dignità che non possiede. Diciamolo chiaramente: non siamo di fronte a un giornalista nel senso nobile del termine. Siamo davanti a un megafono, a un uomo che svolge una funzione precisa all'interno di un sistema mediatico che non è libero, ma organico al potere politico. Un sistema che da anni attacca l'Europa, la Nato, l'Occidente, e naturalmente tutti quei governi che, come quello italiano, sostengono l'Ucraina nella sua resistenza all'aggressione russa.
Su questo punto, immagino tu sappia bene come la penso: ho sempre espresso scetticismo sull'efficacia delle sanzioni contro la Russia, che, a mio avviso, non hanno prodotto i risultati sperati e hanno contribuito più a prolungare lo stallo che a risolvere il conflitto. Ma una cosa è discutere le strategie politiche ed economiche, altra cosa è perdere di vista un principio elementare: tra chi aggredisce e chi è aggredito una differenza esiste. E l'Italia, come ogni Paese che si riconosce in un sistema di alleanze e di valori occidentali, non può che collocarsi dalla parte di chi subisce l'aggressione. Ciò che colpisce, semmai, è un fenomeno più ampio e, se possibile, ancora più inquietante: la progressiva normalizzazione dell'insulto come forma di linguaggio pubblico. Non è un caso isolato. Lo vediamo ogni giorno sui social, dove l'offesa è diventata la scorciatoia preferita di chi non ha argomenti. Lo vediamo nella vita quotidiana, dove il confronto civile lascia spazio alla rissa verbale. Lo vediamo, purtroppo, anche nella politica, dove da anni si è sdoganato un modo di esprimersi sempre più aggressivo, sempre più violento, sempre più disumano. Si è passati dall'attacco alle idee all'attacco alla persona, e dalla critica alla delegittimazione totale dell'avversario. Non si dice più non sono d'accordo con te, ma tu sei indegno, sei un nemico, sei un essere da disprezzare. È un salto culturale pericoloso, perché distrugge le basi stesse del confronto democratico. E quando questo linguaggio travalica i confini nazionali e diventa strumento di propaganda internazionale, allora il problema si ingigantisce ulteriormente. Perché non si tratta più soltanto di maleducazione, bensì si tratta di una precisa strategia, quella di tentare di annientare l'avversario colpendolo non sul piano politico, ma su quello umano.
In conclusione, caro Alessio, gli insulti rivolti a Giorgia Meloni sono indegni e intollerabili. Ma, paradossalmente, dicono più su chi li pronuncia che su chi li riceve.
Chi ha bisogno di insultare dimostra di non avere altro. E chi risponde con dignità, senza scendere nel fango, dimostra invece di avere già vinto la partita più importante: quella della credibilità. Una specialità in cui la nostra Giorgia eccelle.