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Non è stata bocciata la maggioranza

Non era un plebiscito sull'esecutivo, né un giudizio sulla sua legittimità. Era un quesito tecnico, circoscritto, relativo al funzionamento della magistratura

Non è stata bocciata la maggioranza

Gentile Direttore Feltri,
dopo l'esito del referendum, alcuni esponenti della sinistra hanno iniziato a invocare le dimissioni del governo. Matteo Renzi ha dichiarato che, se Giorgia Meloni avesse coraggio, dovrebbe farsi da parte.
Lei cosa ne pensa? Il governo dovrebbe davvero dimettersi dopo la bocciatura del referendum?

Stefano Locatelli

Caro Stefano,
confesso che resto sempre un po' stupito quando sento certe dichiarazioni, soprattutto se provengono da persone intelligenti. Matteo Renzi lo è, o almeno lo è stato a lungo, e proprio per questo sorprende sentirlo parlare di coraggio a proposito delle dimissioni del presidente del Consiglio. Qui il coraggio non c'entra nulla. C'entra, semmai, la democrazia. Il referendum di cui parliamo non chiedeva agli italiani se apprezzassero o meno il governo Meloni. Non era un plebiscito sull'esecutivo, né un giudizio sulla sua legittimità. Era un quesito tecnico, circoscritto, relativo al funzionamento della magistratura.

È stato bocciato quello. Non il governo. Non la maggioranza. Non il presidente del Consiglio.

Dunque, su quale base si invocano le dimissioni? Quale logica, quale principio, quale fondamento costituzionale giustificherebbe un passo indietro dell'esecutivo?

Nessuno. A meno che non si voglia sostenere che ogni consultazione popolare, su qualunque tema, debba trasformarsi automaticamente in un referendum pro o contro chi governa.

Ma allora tanto vale abolire le elezioni politiche e votare ogni domenica. La realtà è molto più semplice, e anche meno comoda per chi oggi grida allo scandalo. Il governo Meloni è sostenuto da una maggioranza ampia e solida, uscita dalle urne in modo chiaro. È uno degli esecutivi più longevi degli ultimi anni, circostanza rara in un Paese abituato a governi che durano quanto un temporale estivo. E, fatto ancora più singolare, conserva un livello di consenso e di fiducia che, anziché erodersi col tempo, regge e in alcuni casi cresce. Non è accaduto a molti suoi predecessori. Non a Renzi, non a Conte, non ad altri che, una volta al governo, hanno visto rapidamente dissolversi il credito accumulato. Meloni, al contrario, resta lì. E questo, evidentemente, disturba. E allora si ricorre al vecchio trucco: politicizzare tutto. Trasformare un referendum tecnico in una resa dei conti politica. E, una volta ottenuto il risultato desiderato, usarlo come clava contro il governo.

Peccato che la realtà non segua queste scorciatoie.

Invocare le dimissioni in queste condizioni non è segno di audacia.

È segno di debolezza. È l'ammissione implicita di non avere alternative credibili, né consenso sufficiente per contendere davvero il potere nelle sedi appropriate: le elezioni.

Si fa opposizione così, oggi: non costruendo, ma agitando. Non convincendo, ma sperando che cada qualcosa.

Permettimi una conclusione semplice.

Se ogni bocciatura referendaria dovesse far cadere un governo, l'Italia non avrebbe esecutivi: avrebbe un turnover continuo. Per fortuna, non funziona così. E infatti il governo resta. Lavora. La sinistra protesta. E il Paese, nel frattempo, va avanti.

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