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La protesta finisce dove inizia la violenza

Questa è la verità che troppi fingono di non vedere: gli uomini in divisa sono diventati bersagli. Bersagli sistematici

La protesta finisce dove inizia la violenza

Gentile Direttore Feltri,
ogni settimana assistiamo alla stessa scena: cortei che degenerano, violenze, aggressioni contro le forze dell'ordine. L'ultimo episodio a Roma, durante la manifestazione degli anarchici per Alfredo Cospito, è l'ennesima dimostrazione di un clima fuori controllo. Un agente è stato colpito al volto con cocci di bottiglia lanciati con violenza. Gli hanno tagliato la fronte. È andata bene, per pochi millimetri. Se quei frammenti lo avessero colpito agli occhi, oggi parleremmo di un uomo accecato. Direttore, siamo stanchi. Stanchi di vedere lo Stato aggredito, stanchi di vedere uomini in divisa trasformati in bersagli, stanchi di sentire sempre le stesse giustificazioni. Questi non sono più incidenti. Sono attacchi deliberati. È possibile che tutto questo continui senza una risposta chiara, netta, definitiva?

Stefania Olivo

Cara Stefania,
usi la parola opportuna: non è un incidente. È un'aggressione. E aggiungo: è un'aggressione consapevole, intenzionale, mirata. Quando si spacca una bottiglia e si lanciano i cocci contro un uomo, non si sta protestando. Non si sta manifestando. Si sta tentando di ferire, di mutilare, di colpire deliberatamente un altro essere umano. E chi è quell'uomo? Non è un politico, non è un potente, non è un decisore. È un agente di polizia. Un lavoratore dello Stato. Uno che è lì, in strada, a fare il proprio dovere.

Questa è la verità che troppi fingono di non vedere: gli uomini in divisa sono diventati bersagli. Bersagli sistematici. E allora mi si consenta una domanda semplice: in quale altro lavoro è previsto che tu venga colpito con vetri taglienti, spranghe, pietre? In quale altro lavoro è considerato «normale» rischiare di perdere un occhio perché qualcuno ha deciso di sfogare la propria violenza?

Stefania, hai ragione: è andata bene. Ma è andata bene per caso. Per pochi millimetri. Per una manciata di centimetri non stiamo parlando di un agente sfregiato o reso cieco a vita.

E questo basta a capire la gravità di ciò che sta accadendo. C'è poi un altro aspetto che mi preme sottolineare. Quegli agenti non sono lì per scelta personale o per capriccio. Sono lì perché qualcuno ha organizzato una manifestazione che richiede un dispositivo di sicurezza. Sono lì dopo giorni di preparazione, dopo turni estenuanti, dopo ore e ore in piedi, in condizioni di tensione continua. E a tutto questo si aggiunge il rischio concreto di essere aggrediti. Non è accettabile. Non è più tollerabile. Eppure, ogni volta, assistiamo allo stesso copione: si minimizza, si relativizza, si cerca di comprendere le «ragioni del disagio». Come se spaccare bottiglie e scagliare vetri contro un uomo fosse una forma di espressione politica. No. È violenza. Punto. Qui non è in gioco soltanto l'incolumità di un agente. È in gioco qualcosa di più grande: l'autorità dello Stato. Se chi indossa una divisa può essere colpito così, in pieno giorno, davanti a tutti, senza conseguenze esemplari, allora il messaggio che passa è devastante. Che tutto è lecito. Che tutto è permesso. Che la violenza paga. Ebbene sì, siamo stanchi. Hai ragione pure su questo. Ma la stanchezza, da sola, non basta. Serve una reazione. Serve fermezza. Serve la volontà politica di ristabilire un principio elementare: chi aggredisce un servitore dello Stato attacca lo Stato stesso. E questo, in un Paese civile, non può essere tollerato.

Ormai il punto non è più soltanto condannare questi episodi, perché condannarli a parole è diventato un rituale vuoto, una liturgia stanca che si ripete identica dopo ogni violenza. Il punto è un altro: capire se questo Stato ha ancora la volontà di farsi rispettare. Perché uno Stato che tollera che i propri uomini vengano presi a bersaglio, insultati, feriti, senza una reazione adeguata, è uno Stato che si indebolisce da solo, che arretra, che abdica alla propria funzione primaria, che è quella di garantire ordine e sicurezza. E allora non stupiamoci se il livello dello scontro si alza sempre di più. Non stupiamoci se oggi si lanciano bottiglie e domani, magari, qualcosa di peggio. La violenza, quando non viene fermata con decisione, cresce. Si alimenta. Si legittima. Chi ieri ha scagliato quei vetri contro un agente non ha avuto paura. E questo è il vero problema. Non ha avuto paura delle conseguenze, non ha avuto timore dell'autorità, non ha avuto il senso del limite. E uno Stato che non incute più rispetto è uno Stato che perde terreno ogni giorno. Qui non si tratta di comprimere il diritto a manifestare, che è sacrosanto. Si tratta di stabilire un confine invalicabile: la protesta finisce dove inizia la violenza. E chi supera quel confine deve pagare, subito e seriamente.

Altrimenti continueremo a contare i feriti, a sfiorare tragedie, a raccontarci che «poteva andare peggio». Fino al giorno in cui andrà davvero peggio. E allora sarà troppo tardi per indignarsi.

Chiediamo allo Stato un intervento duro. E nessuna clemenza.

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