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Storia dei sopravvissuti allo schianto sulle Ande (con cannibalismo)

Dopo 72 giorni fra i ghiacci, in 16 su 45 furono trovati vivi, la trasposizione in scena è con i puppets

Storia dei sopravvissuti allo schianto sulle Ande (con cannibalismo)
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Nell'Ottobre del 1972, un aereo della Aeronautica militare uruguaiana, che trasportava la squadra di Rugby, 45 persone a bordo, si schiantò sulle Ande. Una tragedia paragonabile a quella del Torino che si schiantò a Superga, con una differenza che lì morirono tutti, mentre sulle Ande, se in un primo momento, si pensò che fossero tutti morti, dopo 72 giorni, si scoprì che 16 si erano salvati. Sono tragedie che non rientrano più nel genere tragico, anche perché non esistono i poeti capaci di trasfigurare una disgrazia così atroce in versi poetici. Anzi, sembra che l'irrazionale che sta a base della tragedia non esista più, soppiantato da una logica razionale con cui si cerca di spiegare tutto.

L'episodio delle Ande ha interessato il cinema, con candidature all'Oscar, ma anche la narrativa, non certo il teatro, al quale ha pensato Fabiana Iacozzilli, regista e drammaturga, insieme a Linda Dalisi. Entrambe hanno trasferito sul palcoscenico un fatto di cronaca che fece discutere perché i sopravvissuti si cibarono di carne umana, quella degli amici e parenti, tanto che i titoli dei giornali, puntarono sul cannibalismo. Nulla di tutto questo nello spettacolo della Iacozzilli che ha evitato i fatti di cronaca con uno stratagemma ben usato da Milo Rau, col quale si dà voce ai veri protagonisti della storia, nel nostro caso, con le parole proiettate e, qualche volta, dette da voci fuori campo. Forse è il metodo migliore per riscrivere la cronaca, molto spesso utilizzata in forma di monologo che dà l'idea di ascoltare le stesse parole che avevi letto nelle pagine dei giornali. Questo non è teatro, se non si ha la capacità di sublimarlo con una drammaturgia che sceglie, come ha fatto Iacozzili, di evitare le parole per sostituirle con i lamenti, le sofferenze, il dolore, l'angoscia, il patimento con cui inizia lo spettacolo. Prima che il sipario si apra, sentiamo il rumore di un aereo che sta precipitando; all'apertura del sipario non vediamo attori che, mimeticamente, dovrebbero rappresentare l'orrore, ma una serie di performer-manovratori, che fanno muovere dei Puppet, ad altezza d'uomo, dinanzi alla carcassa di una parte dell'aereo, forse la fusoliera, con sei oblò. Tutto è bianco, come lo sono i corpi dei morti e dei sopravvissuti, che, nella prima scena, vengono aiutati dai soccorritori, i sette performer, vestiti di nero. L'idea vincente della Iacozzilli è stata quella di evitare ogni forma di realismo e di pathos o di effetti speciali che lei lascia al cinema oppure a un teatro di serie B. Quando il teatro è di serie A ricerca accorgimenti metaforici che hanno a che fare con i concetti espressi, senza parole, senza attori ma con dei Pappet che si muovono come corpi umani.

A questo proposito, ci sarebbe da fare un discorso sul Teatro di Figura, ormai nelle mani di attrici-performer come Marta Cuscunà, con i suoi corvi meccanici con le istallazioni progettate da Paola Villani, che ha collaborato anche con la Iacozzilli per lo spettacolo Oltre, in scena al Teatro Studio Melato da oggi al primo febbraio.

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