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La veterinaria che ha finito la maratona più dura del pianeta

Jasmin Paris è la prima donna a terminare la Barkley Marathons, 160 chilometri nei boschi del Tennessee senza GPS né sentieri

La veterinaria che ha finito la maratona più dura del pianeta

C'è un cancello giallo, nel mezzo di un bosco del Tennessee, che per quarant'anni ha raccontato la stessa storia. La storia di chi arrivava e di chi cedeva, di chi si inginocchiava alla terra e alla fatica e di chi — pochissimi, rarissimi — riusciva a toccarlo in tempo. Un cancello giallo come una porta sul nulla, come una soglia tra il possibile e l'impossibile. Il 22 marzo 2024, per la prima volta nella storia, quella porta l'ha aperta una donna.

Jasmin Paris, 40 anni, veterinaria, madre, britannica cresciuta nel Peak District tra le nebbie e il vento del nord dell'Inghilterra, ha completato la Barkley Marathons. Non è nemmeno un’atleta a tempo pieno. Ha toccato quel cancello con 99 secondi di margine sul limite massimo di 60 ore. Novantanove secondi. Meno di due minuti per separare la leggenda dall'oblio.

La Barkley è una cosa a sé. Non è una gara, è una filosofia del dolore. Cinque giri da una trentina di chilometri ciascuno su sentieri che non esistono, in un parco statale chiamato Frozen Head, con un dislivello complessivo pari a scalare due volte l'Everest, senza GPS, senza ristoro, senza volontari a indicare la via. Solo una mappa, un orologio che segna il tempo e il buio della notte addosso. Per certificare il passaggio, i concorrenti devono trovare libri nascosti nel bosco e strapparne la pagina corrispondente al loro numero di pettorale. L'idea è di Gary "Lazarus Lake" Cantrell, che la concepì nel 1986 ispirandosi alla fuga di James Earl Ray, l'assassino di Martin Luther King: l'uomo era evaso di prigione e dopo 60 ore aveva percorso appena 13 chilometri. Laz pensò che lui, in quelle stesse ore, di chilometri ne avrebbe fatti cento. Aveva ventidue anni e la spavalderia di chi non sa ancora cosa sia la paura.

Da allora, in quasi quarant'anni di storia, soltanto diciassette uomini sono arrivati in fondo. Diciassette. Nessuna donna. Anzi: Laz aveva persino dichiarato, con il cinismo provocatorio che lo contraddistingue, che nessuna donna avrebbe mai potuto farcela. Troppo dura. Non abbastanza tenaci. Lo disse nel 2015 e rimase in attesa di essere smentito.

Jasmin Paris ci ha impiegato tre tentativi. Nel 2022 ha completato i primi tre giri — la cosiddetta "fun run", un'impresa che prima di lei era riuscita ad appena quattro donne in tutta la storia della gara. Nel 2023 si è ritirata e ha ascoltato suonare "Il silenzio", la melodia militare funebre che accompagna ogni abbandono. Ha detto che, proprio in quel momento, ha capito che ce l'avrebbe potuta fare.

Quella certezza silenziosa è la cifra di questa storia. Paris non è il tipo che urla. Insegna all'università, fa la veterinaria in clinica, alleva una famiglia. Si allena all'alba, prima che il mondo si svegli. Una notte, racconta, è uscita a mezzanotte sotto il diluvio e ha scalato la collina vicino a casa sua diciassette volte di fila, mentre si scatenava una bufera di neve. L'ha fatto perché sapeva che alla Barkley avrebbe trovato peggio. Poco prima di Natale, la sua famiglia ha organizzato una mini-Barkley nel giardino, con i libri nascosti e i giri da ripetere: una follia affettuosa che è anche la misura di quanto questo sogno fosse diventato collettivo.

Jasmine Paris

Il giorno della partenza, nell'edizione 2024, Laz ha acceso la sua sigaretta alle 5.17 del mattino. Paris è partita in gruppo, consapevole che stringersi agli altri è l'unica difesa contro il crollo mentale. Ha tenuto il ritmo dei compagni di testa per i primi due giri. Al terzo, ha fatto quello che nessuna aveva mai fatto: non si è fermata. Ha iniziato il quarto giro sorridendo, "looking good", scriveva su Twitter chi la seguiva dall'esterno. Al quinto, partiva sola come tutti gli altri. Per tenersi sveglia si immergeva nei ruscelli gelati un minuto alla volta. Faceva i conti mentalmente: quanto tempo mancava, quanta strada ancora, quanto poteva permettersi di rallentare. Non poteva saperlo, ma nell'ultimo tratto disponeva di meno tempo di quanto il percorso normalmente richiedesse. Eppure ha spinto. Ha spinto con le braccia quando le gambe non obbedivano più. Ha corso "a perdifiato", come si dice da bambini, con quella disperazione lucida che è la forma più alta del coraggio.

Quando ha toccato il cancello giallo si è accasciata su se stessa. Attorno a lei, il silenzio stupefatto di chi non ci credeva più.

Lo ha fatto per sé, ha detto. Ma poi ha aggiunto qualcosa di più grande: lo ha fatto per ogni ragazza che smette di fare sport da adolescente perché pensa di non essere abbastanza. Per ogni donna a cui è stato detto che certe porte non fanno per lei.

Aprire una porta, ha detto, richiede che qualcuno abbia le chiavi. Jasmin Paris quelle chiavi le ha forgiate da sola, una mattina gelida alla volta, in un bosco che nessuno aveva ancora attraversato fino in fondo.

Novantanove secondi. E quarant'anni di storia riscritta.

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