A tavola la diffidenza è servita

Dopo il conto di 700 euro presentato da un ristorante a due turisti giapponesi, i romani fanno la massima attenzione agli importi su ricevute e scontrini. E il «nuovo corso» non risparmia nemmeno i bar e le tavole calde dove gli impiegati trascorrono la pausa pranzo

di Marco Morello
Si è rotto l'idillio tra i ristoratori romani e i loro affamati avventori. L'ora dei pasti, da irrinunciabile rito anti-stress, si è trasformata in una faticosa palestra per la mente, attrezzata con tecniche di memoria veloci e pure abbastanza posticce. La sfida, che non fa distinzioni di sesso e di età, è diventata quella di ricordare tutti i prezzi del menu, per evitare sorprese e salassi al momento di saldare il conto. A spezzare l'incantesimo della fiducia ci ha pensato la ricevuta da 700 euro sventolata sotto il naso di due giapponesi pochi giorni fa, resa più rotonda da una mancia-record di 115 euro e spiccioli. Da allora, o meglio da quando la notizia si è diffusa, basta fare un giro per le vie del centro per accorgersi dell'aria di diffidenza che tira.
«Mai visto la gente così polemica come in queste ultime ore. Si fermano anche di fronte all'ingresso e fanno mente locale tra di loro per vedere se le portate indicate le hanno ordinate oppure no. Un paio di ragazzi si sono addirittura appuntati le consumazioni su un foglietto», spiega il titolare di un locale di piazza Navona. Tutt'intorno è il solito brulicare di turisti, di lingue che si mescolano e si sovrappongono, ma che pronunciano senza indugi i sempreverdi «pizza» e «pasta». Loro, i turisti, sembrano sereni e indifferenti, ma basta cercare qualche comitiva di romani che la musica cambia di colpo: «Un'occhiata rapida al totale la davo sempre, specie quando era troppo distante dalle mie previsioni - spiega Paolo - ma diciamo che dopo quest'ultimo fatto di cronaca tengo tutti e due gli occhi aperti».
La moda dello sguardo vigile su prezzi e tariffe non risparmia nemmeno le decine di bar e tavole calde che in pausa pranzo si riempiono di impiegati in giacca e cravatta. «Questa storia mi ha stufato, c'è gente che viene qui da due anni e improvvisamente mi tratta come se fossi un imbroglione», sbotta Giovanni, addetto al bancone di un noto negozio di gastronomia del quartiere Prati. Eppure qualcun altro scommette che non durerà: «Lo sanno tutti com'è a Roma. Alla fine trionfa la filosofia del volemose bene...». Basterà così poco per ripristinare l'idillio?

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