Da sabato torna alla Scala «Nabucodonosor» di Giuseppe Verdi con la direzione di Riccardo Chailly, Alessandro Talevi alla regia, scene di Gary McCann e la terna inossidabile di tante prime scaligere: Luca Salsi, nel ruolo del titolo, Anna Netrebko nei panni della crudele Abigaille e il tenore Francesco Meli in quelli di Ismaele. Zaccaria è affidato a Michele Pertugi e Fenena a Veronica Simeoni.
«Nabucodonosor» (meglio noto come «Nabucco») è il titolo fondativo dell'identità verdiana e scaligera, opera che più di ogni altra ha saputo trasformarsi da dramma biblico in mito civile nazionale. C'è un popolo (Ebrei) costretto alla diaspora, il sovrano Nabucodonosor al tramonto e in conflitto con le figlie Fenena e Abigaille, e un conflitto tra fedi. In questa partitura giovanile, del 1842, c'è già molto dell'universo di Verdi, un giovane Verdi in cui Chailly - confessa - ha sempre creduto. «Trovo che non abbia nulla di inferiore, in termini di interesse, alla trilogia popolare e persino alle opere più tarde», spiega il direttore d'orchestra. Di fatto, è l'opera che segnò il lancio di carriera del compositore, il successo fu travolgente contrassegnato da oltre 50 repliche ravvicinate, primato assoluto per la stessa storia scaligera.
Il momento simbolico resta naturalmente il «Va, pensiero», coro che nell'immaginario collettivo è diventato quasi un secondo inno nazionale. Proprio lunedì se n'è avuto un assaggio nel concerto celebrativo per gli ottant'anni della ricostruzione della Scala, dove pagine dal Nabucco hanno fatto da ponte ideale tra il 1842, il dopoguerra e il presente. Il sovrintendente Fortunato Ortombina ha ricordato come l'opera avesse assunto nell'Ottocento «un tale carattere di rivalsa» e «un tale significato di crescente identità dell'essere una nazione», tanto che gli austriaci, pur amando Verdi, attesero decenni e decenni prima di riammetterla a Vienna.
Chailly proporrà inoltre i divertissements che Verdi compose per la ripresa a Bruxelles del 1848, rarità che aggiunge interesse a una produzione molto attesa.
Alessandro Talevi, all'esordio scaligero, oltre che al suo primo Nabucco, risiede a Torino ma è cresciuto in Sudafrica, con padre milanese e uno zio 96enne che - curiosità - era tra il pubblico dell'11 maggio 1946 e dell'11 maggio 2026. Il regista elegge il Tempio a fulcro visivo della messinscena: all'inizio minacciato dal crollo, poi ridotto a memoria e desiderio quando gli Ebrei sono in catene, infine ricomparso in forma concreta e abbagliante.
È proprio durante il «Va, pensiero» che si concentra l'immagine chiave dello spettacolo: il tempio appare «come un fantasma evocato dalla forza di un immenso desiderio», dice Talevi, presenza vibrante attorno al popolo esiliato. Nel finale, invece, «quella stessa architettura si fa totalizzante, quasi pronta ad assorbire la collettività e cancellarne le individualità. In questo quadro Abigaille diventa, secondo Talevi, l'unico personaggio che osa davvero distinguersi: per questo viene punita». Netrebko sarà un'Abigaille divorata dall'ambizione, in panni guerreschi, con tanto di armatura, mentre Fenena apparirà in abiti principeschi pur logori, segno di una regalità già corrosa dagli eventi.
Il regista evita riferimenti temporali precisi, ma suggerisce un parallelo con alcuni leader contemporanei, uno sui tutti è Donald Trump trattandosi di «capi di
Stato occidentali del cosiddetto mondo libero che si paragonano a Gesù». Un modo per ricordare che l'hybris del potere, l'uso politico della religione e il culto della personalità non appartengono soltanto al passato biblico.