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Le origini fasciste del Piccolo Teatro

Un volume raccoglie gli articoli di Grassi e Strehler su "Eccoci!", rivista dei Guf

Le origini fasciste del Piccolo Teatro

C'è un paradosso che la storiografia teatrale italiana ha sempre preferito non guardare troppo in faccia. Il Piccolo Teatro di Milano, fondato il 14 maggio 1947 da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, è diventato nel corso dei decenni il simbolo per eccellenza del teatro civile, progressista, democratico. La casa della borghesia illuminata milanese, il luogo dove la cultura di sinistra ha costruito una parte consistente della propria identità pubblica. Eppure le radici di quel progetto affondano in un quindicinale fascista cremonese, Eccoci!, organo dei Gruppi Universitari Fascisti, e gli articoli che ne costituiscono la premessa intellettuale furono scritti da due giovani allineati, almeno formalmente, al regime. Questo è il materiale che un piccolo volume pubblicato da Cue Press, curato da Nicola Arrigoni, porta finalmente alla luce con il titolo «Eccoci!». Alle origini del Piccolo Teatro negli articoli del quindicinale dei Guf di Cremona.

Il motivo principale d'interesse è la rarità dei documenti raccolti. Gli articoli di Grassi e Strehler sul quindicinale cremonese erano noti agli specialisti, citati in nota, accennati nelle biografie, ma mai presentati in forma organica e leggibile a un pubblico più ampio. L'introduzione, densa e precisa, contestualizza la rivista, ne ricostruisce la storia e colloca i contributi dei due futuri fondatori del Piccolo nel quadro più ampio della cultura giovanile italiana degli anni Quaranta. Il risultato è un documento doppiamente prezioso: lo è come fonte primaria, e lo è come occasione per riflettere su come nascono le istituzioni culturali, su quali strade percorrono prima di diventare quello che diventano.

Eccoci! esce dal 24 maggio 1935 con cadenza più o meno regolare fino a poco prima del crollo del fascismo. È un foglio d'ordini della Gioventù fascista cremonese, poi quindicinale dei Guf, poi ancora dal novembre 1937 «Quindicinale del Guf di Cremona», con il motto «Credere, obbedire, combattere» a caratteri autografi con la firma del duce. La direzione e la redazione hanno sede al Palazzo della Rivoluzione. Fin qui niente di anomalo: decine di pubblicazioni simili circolavano nell'Italia del Ventennio. Quello che rende Eccoci! interessante, almeno in retrospettiva, è che sulle sue pagine trovarono spazio giovani intellettuali che sarebbero stati fra i protagonisti della scena culturale del secondo dopoguerra. Di cinema scrivono i critici Guido Aristarco e Fernaldo Di Giammatteo. Sul teatro firma Gianni Ratto. E scrivono, su teatro e cultura, Paolo Grassi e Giorgio Strehler.

Gli articoli di Grassi sono i più numerosi e i più rivelatori. Dal gennaio al giugno del 1943 pubblica su Eccoci! due testi interamente dedicati al teatro: In margine a Joppolo e Divagazione passionale per un teatro d'oggi, oltre alle lettere sul teatro scritte con Andrea Cason e al «Taccuino delle cose sincere», rubrica di note polemiche. Quello che colpisce, leggendoli, è la coerenza tra il Grassi di allora e l'organizzatore culturale che sarebbe diventato. C'è già la stessa ossessione per il teatro come servizio pubblico, come fatto comunitario, come risposta a un bisogno civile. C'è già la polemica contro il teatro commerciale, contro i capocomici, contro il repertorio scelto per compiacere il botteghino. C'è già, in nuce, il progetto del Piccolo: un teatro stabile, popolare nel senso dell'accessibilità culturale, capace di costruire un pubblico nuovo attraverso prezzi contenuti, abbonamenti, riduzioni per gruppi.

Strehler contribuisce con due articoli teorici: Disumano e teatro e Limiti di una platea, entrambi del 1943. Il primo è il più ambizioso. Strehler vi elabora una poetica del teatro «disumano» termine che usa in senso antinaturalistico, quasi brechtiano ante litteram come superamento del teatro borghese della quarta parete, della finzione realistica, del personaggio-tipo. È un testo giovane, a tratti sbilanciato, ma attraversato da un'energia intellettuale che spiega molto di quello che Strehler avrebbe fatto nei decenni successivi. Il secondo articolo ragiona sul rapporto tra palcoscenico e platea, sulla divisione architettonica come problema culturale, sulla necessità di riconfigurare lo spazio teatrale per creare una vera comunione tra chi recita e chi assiste. Anche qui si riconosce, in forma embrionale, il regista che avrebbe portato Brecht in Italia e riscritto le regole della messa in scena europea.

Arrigoni ha il merito di non forzare la lettura, di non trasformare questi testi in una prefigurazione troppo lineare di quello che sarebbe venuto dopo. L'introduzione è equilibrata: riconosce che i due giovani operavano all'interno di un sistema che tollerava spazi di libertà espressiva solo fino a un certo punto, e che la stessa rivista Eccoci!, pur nella sua connotazione fascista, offriva ai collaboratori margini di dissenso culturale difficili da trovare altrove. Questo è un punto storiograficamente importante. Il fascismo italiano non fu monolitico nella sua politica culturale, e i Guf i Gruppi Universitari Fascisti furono spesso il luogo in cui una generazione di intellettuali nati e cresciuti sotto il regime elaborò, tra le maglie della propaganda obbligatoria, qualcosa di diverso. Non una resistenza, non un'opposizione: ma una tensione verso forme di pensiero che il regime ufficiale non riusciva del tutto a contenere.

Il volume di Arrigoni invita a fare i conti con questa complessità senza semplificarla. Il Piccolo Teatro non nasce dal nulla nel 1947, come risposta spontanea alla liberazione. Nasce da un lavoro intellettuale lungo, condotto in anni difficili, su riviste che portavano in copertina il motto del duce. Nasce da giovani che avevano imparato a pensare il teatro, a scriverne, a polemizzare su di esso, dentro strutture del regime. Questo non sminuisce quello che Grassi e Strehler costruirono dopo. Ma lo rende più vero, più complicato, e in fondo più interessante. Le grandi istituzioni culturali italiane del dopoguerra non caddero dal cielo della democrazia: furono edificate da persone che avevano attraversato il fascismo, ne avevano respirato l'aria, ne avevano usato gli strumenti.

Sapere come quelle persone si muovevano, cosa scrivevano, con chi polemizzavano, su quali riviste pubblicavano i loro primi testi è esattamente il tipo di conoscenza che permette di capire come funziona davvero la cultura, e come si trasforma.

Per questo «Eccoci!» è un libro che vale la pena leggere. Non perché smascheri qualcosa o ridimensioni qualcuno, ma perché aggiunge spessore a una storia che si conosceva solo in superficie.

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