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Annulla 11 match point: "Potevo andarmene al mare"

A cinquant'anni esatti dall’impresa di Adriano Panatta contro Warwick, gli Internazionali d'Italia scaldano i motori per l'edizione 2026

Wikipedia
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C'è un profumo antico che ascende dalla terra battuta del Foro Italico in queste ore, un effluvio umido di mattini romani e di promesse da mantenere. Mentre i cancelli si preparano a offrire il loro clangore metallico per il torneo che prende il via martedì, le lancette della memoria si sintonizzano su un rintocco solenne. È il cinquantenario di un miracolo sportivo, l'anniversario tondo di una liturgia pagana che trasfigura la storia del tennis italiano. Internazionali d’Italia. Corre l'anno di grazia 1976, ma in quel martedì 25 maggio, all'inizio, non si intravede nemmeno un barlume di grazia.

Sul Centrale di Roma va in scena il primo turno. Da una parte della rete c'è Adriano Panatta. È il talento assoluto, il campione insolente del nostro sport, un predestinato che in casa, però, spesso si accartoccia sulle proprie paure. Dall'altra parte lo aspetta l'australiano Kim Warwick. Il sommo Gianni Clerici lo definisce «un bestione tutto stupore e ferocia», uno che palleggia con la violenza testarda di un coltivatore diretto. Il cielo è terso, ma sul Foro calano ben presto le tenebre del dramma.

La partita si snoda come un rosario di agonie. Warwick incamera il primo set per 6-3. Adriano, sospinto dalla torcida romana, strappa il secondo per 6-4, ma è un fuoco di paglia. Nel terzo parziale, si spegne la luce. L'australiano scappa via, inesorabile: 5-1. È una mattanza. Il pubblico ammutolisce, la rassegnazione si fa densa, quasi solida. Adriano è fuori. È finita. Anzi, no. È l'inizio esatto dell'epopea.

Sul 5-2, al servizio c'è Warwick, e il tabellone segna 40-15. Due match point. Adriano si lancia a rete, gioca la volée della disperazione, l'australiano sotterra il dritto. Il valzer macabro ricomincia. Sul 5-4, il Centrale è una polveriera. Panatta concede ancora. Altre tre palle partita consecutive: 40-0 Warwick. È il baratro assoluto. Ma il nostro, che è fatalista e gioca a dadi con il destino, non arretra di un millimetro. Avanza. Va sempre all'attacco. Chiude a rete, copre il campo con falcate feline. L'australiano trema. Sbaglia i passanti, incappa nel nastro, si fa divorare dai fantasmi e dai fischi del pubblico, che ormai si trasforma in un'arena di gladiatori.

Dieci volte Kim Warwick arriva a un solo punto dalla vittoria, dieci volte sbatte contro il divo di casa. Dieci match point annullati in totale apnea. E quando si plana nel tie-break decisivo, lo psicodramma si consuma fino in fondo. Adriano va sotto per 4-6. Ecco gli ultimi due spettri. Undicesimo match point: Panatta lo cancella con una volée chirurgica. Poi l'ultimo assalto: stavolta è uno smash perentorio a rimettere il mondo in asse. Warwick abdica, sventrato. Adriano rincorre l'ultima smorzata, la mette fuori dalla portata dell'avversario e chiude il match.

Tre set: 3-6, 6-4, 7-6. Undici match point annullati. Nessuno sfugge alla ghigliottina con una simile, sublime e sfrontata contorsione.

Quando Panatta esce dal campo, confessa: «Non ho mai pensato di perdere, ma se avessi sbagliato anche solo una volta potevo andarmene al mare». Questa partita, per lui, diventa molto più di una semplice rimonta: è il suo spartiacque sportivo. Senza questi undici passaggi sul filo del rasoio, non c'è il trionfo in finale contro Guillermo Vilas. Non c'è l'incredibile volée in tuffo a Parigi, non c'è la vittoria al Roland Garros, non c'è la Coppa Davis a Santiago del Cile in quel mistico 1976.

Oggi, in questo abbacinante 25 aprile 2026, i pini di Roma allungano le loro ombre sulla terra spazzolata di fresco. I campioni moderni si apprestano a dare spettacolo. Ma il ricordo di quell'epopea polverosa ci assale come un monito di rara bellezza.

Ci rammenta che il tennis è un teatro di umane debolezze e di resurrezioni divine. È la scienza sublime dell'impossibile. E quel giorno, cinquant'anni fa esatti, l'impossibile ha i capelli lunghi e il braccio dorato di Adriano Panatta.

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