Quando Lady Diana giocò a tennis contro Steffi Graf

Il 10 giugno 1988 per l'inaugurazione del Vanderbilt Raquet Club a Londra venne fuori un doppio speciale. Ne nacque un'amicizia formidabile

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Tamburella nervosamente con i polpastrelli contro il manico della racchetta. L'altra proprio non si vede. Sta accumulando un ritardo mostruoso. Più agitata di lei, c'è soltanto la stampa internazionale accalcata a bordo campo: che sfacelo, se dovesse saltare un match del genere.

Il posto è il Vanderbilt Raquet Club, nel cuore di Londra: lo inaugurano proprio quel giorno, il 10 giugno 1988. La donna che sta aspettando con trepidazione la rivale non è una tennista professionista, ma si diletta a infilare qualche rovescio una volta a settimana. Altri segni particolari: tappezza puntualmente le copertine di tutti i tabloid del regno. La seguono torme di paparazzi. A questo punto l'identikit è svelato. Una Spencer divenuta altezza reale. La principessa del Galles. Lady Diana.

Non che l'altra, imbottigliata nel traffico, sia esattamente una sconosciuta. A diciannove anni, Steffi Graf ha già assaporato l'empireo del tennis e si appresta a laurearsi campionessa del Golden Slam. Siamo ad un'incollatura da Wimbledon, il torneo più atteso dell'anno. L'appuntamento che Diana adora e la regina Elisabetta snobba puntualmente, per nulla attratta dai vezzi dei racchettari.

Così corrono le lancette, provocando i sudori freddi degli organizzatori. Si accavallano le telefonate. Poi, d'un tratto, la Graf sopraggiunge. La prima cosa che fa, contrita per il surreale ritardo, è sfilarsi dalla spalla una racchetta e farne dono a Lady D, che accetta volentieri. Ancora non lo sanno, ma quel gesto stapperà un'amicizia destinata a diventare formidabile, tanto quanto il singolare incrocio tennistico tra una principessa abituata ad insorgere contro l'etichetta e una sportiva prodigiosa.

Dunque si gioca. L'impensabile match, selezionato con cura per varare il nuovo club, sarà un doppio misto. Diana gioca assieme al direttore del Vanderbilt Charlie Swallow. Steffi Graf con David Verney, Lord Willoughby de Broke. Al termine di quegli scambi la principessa, avvolta in un completino bianco come l'avversaria, si intrattiene ancora con la tennista. Parlano negli spogliatoi, lontane dai mille rivoli mediatici, sottratte alla foga dei riflettori. E in quel placido giorno di un giugno londinese capiscono entrambe una cosa: si piacciono. Molto.

Ne nascerà un'amicizia solida, di quelle destinate ad infrangere le potenziali barriere semantiche che intercorrono tra due donne che sono icone pop, ma per motivazioni alquanto differenti. Il rifugio che coltiverà questo sentimento di stima reciproca sarà l'Harbour Club di Chelsea, riservatissimo e impenetrabile, anche per i giornalisti gossippari più ostinati.

Dopo ogni match al quale riuscirà ad assistere, Diana discenderà gli scalini che la separano dall'amica per andare a complimentarsi o a confortarla negli spogliatoi, sempre sfuggendo alle ugole spianate dei giornalisti che le assediano in cerca di una foto. Il tennis diventerà, da allora, uno dei più ricorrenti pretesti che la Principessa, utilizzerà per le sue cause benefiche.

Finché potrà, si sorprenderà a

tamburellare sul manico di quella racchetta donatale da Steffi, ripensando al loro legame. Un rovescio straordinariamente umano. Uno smash in faccia alle formalità. Roba di cui, in fondo, l'amicizia se ne infischia sonoramente.

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