Per gentile concessione, pubblichiamo uno stralcio del libro Le ragioni di Giuda. Quando il tradimento diventa un atto di libertà (Rizzoli, in libreria da oggi). L'autore è Tommaso Cerno, direttore del nostro giornale.
Nella storia cristiana, l'infamia ha un volto, quel volto porta il nome di Giuda. Una certezza tramandata attraverso venti secoli di condanna unanime, che si sfalda nell'istante in cui ci si avvicina più profondamente ai testi evangelici. Non per cercare conferme, ma con l'attenzione necessaria a comprendere.
Giuda siede a quella tavola. Non in un angolo appartato, non ai margini della scena sacra, lui è presente. Luca ce lo mostra lì, testimone dell'istituzione del sacramento più alto, partecipe di quel momento in cui il pane diventa corpo e il vino si fa sangue. Come è possibile? Come si può permettere al grande Traditore di assistere alla fondazione del rito che unirà nei secoli i credenti? La contraddizione è insopportabile per chiunque si accontenti di una coerenza semplice.
Ma la realtà evangelica resiste alle semplificazioni. Gesù pronuncia parole che dovrebbero smascherarlo, eppure gli altri apostoli non comprendono. Non hanno un sospetto, non lanciano alcuna occhiata di traverso in direzione di colui che tra pochissimo consegnerà il Maestro ai carnefici. Anzi, il discorso si sposta su Pietro e il suo rinnegamento annunciato. Due tradimenti, due modalità diverse di cedimento. Uno verrà maledetto per sempre, l'altro diventerà la roccia su cui si edificherà la Chiesa.
Giovanni spinge questa dinamica ancora più in profondità, fino a spazi in cui il disagio interpretativo diventa intollerabile. Gesù non solo identifica il Traditore, ma compie verso di lui un gesto carico di significato, gli porge il boccone di pane intinto. Un atto di intimità, di condivisione. Le mani del Maestro toccano quelle di colui che lo tradirà. E non basta, gli altri ancora non comprendono. Restano avvolti nello smarrimento, persi al cospetto di parole che suonano come un'esortazione: "Ciò che devi fare, fallo presto". È il senso dell'inadeguatezza umana, ciò che Gesù sa gli apostoli non lo capiscono e non potrebbero capirlo.
C'è in questa scena un profilo vertiginoso. Quasi che Gesù non stia subendo il tradimento, ma in qualche modo lo stia autorizzando, gli stia dando corso. Giuda riceve e va. Non fugge, non si nasconde nel buio come un ladro che è colto in flagrante. Va, con il pane ricevuto dalle mani di Cristo ancora tra le labbra.
Dalla sua figura emerge una verità scomoda, Giuda non è un personaggio minore. Accanto a Pietro costituisce l'altro polo della dialettica apostolica. Pietro è l'impetuoso che parla prima di pensare, che nega ma poi piange e conquista il reintegro. Giuda è l'oscuro, colui che sa ma non dice, che agisce in una dimensione che sfugge agli altri. Dei due, è Giuda il più enigmatico, il più complesso e stratificato. Pietro è umano nella sua debolezza comprensibile, Giuda abita una zona d'ombra nella quale le nostre categorie ordinarie del tradimento e della fedeltà sembrano insufficienti.
Nell'antichità alcuni lo intuirono. Giuda non è per tutti, sussurravano. Sa più degli altri. Il suo stesso soprannome, Iscariota, termine dalla radice incerta, forse legato al tradimento, forse a una provenienza geografica, forse a conoscenze particolari, diventa un indizio di questa diversità. Giuda vede oltre la superficie, penetra uno strato di realtà negato ai suoi compagni. Non è semplicemente il traditore venale che consegna un innocente per trenta monete d'argento. È qualcosa di più perturbante, qualcosa di molto più metafisico.
Il Vangelo gnostico di Giuda, un testo controverso, tardivo, respinto dalla Chiesa, si spinge a dire l'indicibile: l'apparenza è la prigione dell'anima. Se accettiamo questa prospettiva, Giuda diventa il discepolo che ha il coraggio di guardare oltre la forma, oltre la maschera che tiene in ostaggio l'essenza pura della realtà. Gli altri si fermano alla superficie degli eventi, lui solo comprende che talvolta compiere un male apparente è necessario affinché si apra la strada a un bene superiore, nascosto, incomprensibile ai più. È naturalmente una lettura insostenibile per la tradizione ortodossa.
Eppure il fascino di questa interpretazione risiede proprio nel suo tentativo di dare senso all'assurdo. Perché Gesù non lo allontana? Perché lo include, e lo tiene accanto fino all'ultimo istante? Perché gli dedica quel gesto di consacrazione con il pane intinto?
Giuda ci disturba perché non si lascia ridurre. Vorremmo relegarlo nel recinto dei cattivi indiscutibili, risolvere ogni questione confinandolo tra coloro che consciamente hanno scelto il male per avidità e meschinità. Ma proprio i testi evangelici resistono a questa riduzione. Presentano un uomo che fino all'ultimo momento appartiene alla cerchia ristretta, che condivide il pane eucaristico, che riceve dalle mani del Maestro.
Questa irriducibilità è il suo vero lascito. Giuda è la domanda che non trova risposta. È il dubbio che s'insinua nelle certezze. È la possibilità che la realtà non sia come appare, che dietro il tradimento più infame della storia si nasconda un mistero che le categorie morali ordinarie non riescono a penetrare.
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Non ho paura delle parole, e nemmeno ho paura di essere Giuda. È vero, ho cenato con loro, sono stato seduto al loro tavolo, e l'ho lasciato solo perché ho compreso che non era più il mio. E se danno del traditore a chiunque esca dal gruppo, se sei Giuda perché li hai abbandonati, significa che hanno completamente seppellito ogni idea di democrazia, significa che la militanza acritica, il silenzio, l'omertà, l'adesione cieca sono tutti argomenti che valgono più della libertà di pensare, di porsi dilemmi, di aver voglia di guardare oltre il confine dei propri dogmi e delle proprie convenienze.
Ho purtroppo il sospetto che la gran parte delle sfide del mondo contemporaneo non sia nemmeno nell'agenda di questa sinistra, ho purtroppo il sospetto che ci sia soprattutto confusione a proposito del rapporto con le minoranze emarginate, della sensibilità sociale, della gestione delle grandi migrazioni. Un tempo tanti italiani non votavano a destra, o almeno non lo raccontavano, per vergogna, per la riprovazione sociale che se ne poteva ricavare. Era una parte di Italia viva e robusta, ma del tutto congelata, stretta in un angolo dall'obbligo di appartenenza alla grande orchestra progressista, quella che prima o poi avrebbe acciuffato il futuro, che prima o poi l'avvenire l'avrebbe fatto suo. Prima o poi. E poi?
Il mondo intanto si è spaccato in due seguendo la convinzione che a sinistra si guardasse al futuro e a destra si fosse rimasti nel passato. Nel frattempo, la sinistra si è pietrificata nelle proprie speranze, e la destra è cresciuta analizzando i fatti. E mentre la sinistra ha continuato a illudersi di poter domani cambiare il mondo, la destra si costruiva gli attrezzi per riparare le crepe del presente. Qualcuno in questi anni ha provato a dire che destra e sinistra non esistono più, che si tratta di categorie superate. Può darsi, ma io credo che siano al massimo superate le due parole, che pronunciamo esattamente in questa forma oramai da secoli. In Italia, coloro che hanno provato a occupare una parte e l'altra, predicando la fine dei vecchi schieramenti, si sono trovati piuttosto in fretta sull'orlo di una crisi di nervi, pressoché sbriciolati dalle contrapposizioni interne. Appena sono diventati realtà politica, forza istituzionale, hanno scoperto di essere tutti gioiosamente d'accordo, che i vecchi schemi erano tramontati, solo che una metà lo pensava con la sua anima di sinistra, l'altra metà con la sua anima di destra. Se riduciamo a due le prospettive con cui ciascuno guarda il mondo, puoi chiamarle come ti pare, sinistra e destra, progressismo e conservatorismo, utopia e realismo.
Ma non lo dimentico, io sono Giuda, un Giuda che ha rotto il patto, ed è evidente che per qualcuno il patto è più prezioso delle conclusioni a cui giunge la propria coscienza. Non una scelta, quindi, ma una catena. Non credo che esista una parte giusta, credo invece che la storia assegni periodicamente la concretezza a una fazione e una sorta di smarrimento all'altra, e questo ci lascia credere che esistono vincitori e vinti.
I postfascisti? Le colpe del passato non si cancellano, però si elaborano, e se ciascuno di noi ha la consapevolezza di aver sbagliato, sa bene che proprio con quegli errori si costruisce un'identità migliore. Non risolveremo i mille problemi della nostra attualità attribuendo a chiunque non ci piaccia la patente di fascista, e nemmeno esigendo che ci si dica antifascisti. Dobbiamo combattere per migliorare il mondo, non lasciare che si sfidino tra loro gli scheletri che tutti abbiamo nel nostro armadio.
Eccomi qui, sono Giuda, e se volete lo rivendico, a me basta essere ciò che sono. Cosa? Tradimento e contraddizioni. Dubbi e disordine. Nemmeno una verità in tasca. È ciò da cui parto ogni giorno per provare a sentirmi migliore.