Eolico offshore, una risorsa per l'Italia?

Da Taranto parte la rivoluzione dell'eolico offshore italiano. Ecco le prospettive per la transizione nel Paese

Eolico nel Mediterraneo: una via per l'Italia nella transizione?

Il Mediterraneo è crocevia degli interessi italiani anche sul fronte economico ed energetico, come sul fronte della transizione può garantire il ruolo crescente potenzialmente associabile all'eolico. Risorsa spesso dimenticata ma che nel quadro di un serio ragionamento di sviluppo dell'economia del mare può aumentare l'esposizione di Roma nel Grande Mare.

Quest'anno, lo ricordiamo, nelle acque di Taranto è sorta la prima turbina di un parco eolico offshore nei mari italiani e del Mediterraneo, un progetto la cui attuazione completa era attesa da oltre un decennio. Immaginato nel 2008 e sbloccato nel 2012, dopo un braccio di ferro tra governo e comune di Taranto il progetto è decollato tra il 2015 e il 2016, con il via alla costruzione completata di recente da Renexia, società specializzata negli impianti sostenibili controllata dal gruppo Toto. Il parco chiamato Beleolico avrà una potenza complessiva di 30 megawatt e svilupperà energia pari al fabbisogno annuo di circa 60mila persone per un quarto di secolo, essendo la sua operatività pensata per durare fino al 2047, consentendo il risparmio annuo di oltre 730mila tonnellate di anidride carbonica.

L'eolico offshore si fonda su strutture costruite in mare aperto che sfruttano l'energia del vento per produrre elettricità in maniera sostenibile e risulta fondamentale in un contesto che, secondo il report realizzato da Wood Mackenzie sul settore, vedrà la capacità eolica mondiale crescere del 60% entro il 2028.

"L'Italia", scrive Mondo Fluido, "ha circa 11.700 chilometri quadrati di coste adatte all'emergere di questa tecnologia: tra le recenti linee guida redatte dal PNIEC, il Piano contenente gli obiettivi nazionali 2030 su clima ed energia, lo sviluppo dell'eolico offshore italiano è uno degli elementi fondamentali per il rinnovamento energetico nazionale. Come si legge nelle linee guida ufficiali del documento: si prevede la realizzazione di almeno di 900 MW eolici nelle acque mediterranee", così da aumentare di ben trenta volte il potenziale offerto dal parco tarantino.

Secondo l'Associazione nazionale energia del vento (Anev), le coste comprese tra l'Abruzzo e la Puglia rappresentano la base fondamentale per sviluppare progetti di generazione tramite eolico capace di portare il potenziale dell'area fino a 550-650 MW. Questo, unitamente ad altri 300 MW che potrebbero essere ripartiti tra alcune zone costiere della Sardegna e della Sicilia, permetterebbe a Roma di realizzare entro il 2030 i suoi piani.

L'eolico offshore, nell'ottica dei suoi promotori, sfrutta il vantaggio della maggiore velocità e costanza dei venti nelle aree di mare aperto; mira a rimediare con la crescente sostenibilità in termini di impatto visivo, acustico e ambientale alla tradizionale opposizione di molte comunità locali ai parchi per la generazione energetica rinnovabile tramite vento; infine, soprattutto, può garantire la fornitura diretta alle comunità locali di riferimento accorciando la filiera tra distribuzione e generazione energetica.

I limiti, secondo Mondo Fluido, sono invece due: in primo luogo, l'esposizione alle intemperie. "L'azione delle onde e anche i venti molto forti, in particolare durante forti tempeste, possono danneggiare le turbine eoliche richiedendo un intervento immediato per ripristinare le corrette funzionalità operative" e dunque rende impossibile per una comunità affidarsi unicamente all'eolico offshore. In secondo luogo, l'intermittenza della fonte rende necessario ragionare sull'eolico offshore in un'ottica di integrazione con tecnologie di accumulo e distribuzione intelligenti dell'energia, così da governare meglio i picchi di generazione. Opzione complessa senza una radicale ristrutturazione tecnologica della rete.

L'eolico offshore appare una risorsa che, con i dovuti caveat, può giocare un ruolo importante nella transizione energetica e, soprattutto, essere il laboratorio per la ricerca di "pace sociale" tra parti interessate alla transizione e associazioni ambientaliste. Legambiente e Greenpeace hanno sottolineato, in un recente protocollo siglato con l'Anev, di non essere ostili in forma pregiudiziale all'eolico offshore: le associazioni ambientaliste chiedono che nello sviliuppo dei parchi italiani "le attenzioni progettuali dovranno includere la minimizzazione delle modifiche dell’habitat bentonico in fase di cantiere e di esercizio, il ripristino degli ambienti alterati nel corso dei lavori di costruzione e la restituzione alla destinazione originaria delle aree di cantiere, nonché la possibilità di individuare all’interno dei parchi aree di ripopolamento di flora e fauna", sottolineando di conseguenza la necessità di tutelare l'ecosistema a fianco delle esigenze della transizione. Qualora si rompesse il circolo vizioso tra burocrazia, proteste e sabotaggi di fatto dei progetti che spesso blocca la transizione italiana, anche grazie a patti pragmatici del genere, l'eolico offshore può contribuire allo sviluppo del Paese sulla rotta della transizione. Rendendolo, inoltre, avanguardia nel Mediterraneo. E facendo marciare Roma verso il ruolo di grande potenza delle rinnovabili cui può legittimamente ambire.

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