Troppi detenuti a San Vittore: nelle celle scoppia la protesta

Gli unici a stare zitti sono stati i reietti, gli ultimi degli ultimi: i detenuti del reparto «protetti», quelli che a San Vittore vivono isolati dal resto del mondo, per impedire che su di loro si abbatta la violenza del resto del carcere. Il loro piano, il secondo piano del sesto raggio, mercoledì sera era avvolto nel silenzio. Dagli altri piani del sesto raggio, per un’ora filata, una sarabanda di pentole sbattute - la colonna sonora, da sempre, di tutte le proteste dietro le sbarre - ha cercato di richiamare l’attenzione della città sulle condizioni di vita all’interno della prigione di piazza Filangieri. Ma non è successo nulla, le pentole un po’ alla volta si sono azzittite, e della protesta nemmeno si sarebbe saputo se non avesse provveduto un sindacato della polizia penitenziaria, ieri, a parlarne in un comunicato.
Niente di clamoroso, a San Vittore non tira aria di rivolta. Anzi, paradossalmente, a colpire è la rassegnazione con cui i detenuti sembrano affrontare una situazione oggettivamente disumana, soprattutto in alcuni raggi del vecchio e cadente carcere. Non a caso, la protesta di mercoledì è partita dal sesto raggio, il più invivibile, dove in celle destinate a due detenuti ne vengono pigiati sei. E se una situazione dove bisogna fare i turni per alzarsi dalle brande è difficile da accettare nella brutta stagione, il peggio è destinato ad arrivare col caldo, quando il sole a picco surriscalda soprattutto le celle dei piani alti.
Oggi a San Vittore ci sono quasi milleseicento detenuti, almeno quattrocento in più di quelli che sarebbero tollerabili. La ressa acuisce le tensioni, e l’incrociarsi di etnie diverse (i due terzi degli ospiti non hanno passaporto italiano) è un continuo focolaio di tensioni. L’unico elemento positivo è che il trend di crescita sta un po’ rallentando: si era arrivati a ottocento ingressi in un mese, ora - senza un motivo preciso - la curva è leggermente scesa. Ma a rendere la situazione senza sbocchi c’è il fatto che è arrivato sostanzialmente al punto di saturazione l’intero sistema dei carceri lombardi, che finora veniva usato a intervalli regolari come valvola di sfiato per la «casanza» milanese, e che ora invece ha raggiunto quota novemila detenuti. Sulla porta dell’albergo carcere c’è il cartello «completo». Ma questo è un albergo che non può rifiutare clienti, e così si pigia la gente nelle celle come calze nei cassetti.
Poiché del nuovo carcere milanese non si parla nemmeno più, dopo la dissoluzione del progetto «Cittadella della giustizia», per smaltire una parte della ressa di San Vittore bisognerà aspettare che vengano pronti i nuovi posti letto nelle tre carceri lombarde interessate da lavori di ampliamento: Cremona, Pavia, Voghera. In tutto, un migliaio di posti. Ma ci vorrà un anno e mezzo, se tutto fila liscio. E già si sa che ci vorrà un amen perché l’effetto svanisca. La verità è che non c’è carcere, per quanto grande, che la Lombardia non sappia riempire.

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