Uccise il rapinatore, militare indagato

(...) con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa. «Atto dovuto» per compiere gli accertamenti del caso, spiegano in Procura. «Un’occasione - replica Marco De Giorgio, avvocato della famiglia Lanzutti - per dissipare le zone d’ombra su cosa è davvero accaduto al termine della rapina».
Erano entrati in due, poco dopo le nove, alle poste di Bollate. «Se vi muovete facciamo una strage». Al primo segno di reazione di un impiegato, Lanzutti gli aveva sparato in una coscia. Avevano arraffato mille euro e via. Ma fuori, sulla strada, c’erano i carabinieri. Li inseguono fino a Novate. Qua, dice la versione ufficiale, Lanzutti cerca di sparare ancora, la pistola gli si inceppa, un carabiniere risponde. Lanzutti viene colpito da due o tre colpi, all’addome e alla testa. È in questa sequenza di colpi che ora l’indagine aperta contro il militare cercherà di vedere chiaro, per capire se - tenuto conto della tensione di quegli istanti, di quanto era accaduto dentro la posta e di quanto poteva ancora accadere fuori - c’era un modo meno definitivo di fermare il rapinatore. Ma forse neanche lui, Lanzutti, voleva davvero essere fermato in un modo diverso. «La prossima volta - aveva confidato pochi giorni prima dell’ultima impresa - non mi faccio prendere. In galera non ci torno».
Lanzutti non muore subito. Lo portano in ospedale, si tenta un intervento anche sapendo che la pallottola d’ordinanza ha devastato il cervello dell’uomo. In ospedale arriva Fiora, la madre del rapinatore. È una donna segnata da una vita non facile, in quella malabolgia che era largo Boccioni negli anni Settanta ha tirato su quattro figli senza padre. Di tutti, Andrea è quello che ha scelto la strada peggiore, quasi da subito. La prima rapina - la prima per cui viene incastrato, almeno - la fa a diciott’anni, quando Vittorio Foschini - oggi «pentito», allora capobanda indiscusso a Quarto Oggiaro - lo manda a svaligiare un’armeria. Già allora il ragazzo di largo Boccioni dimostra di avere il grilletto facile. L’armiere accenna una reazione, lui gli spara. Lo catturano e gli danno dodici anni. Da allora è tutto un dentro e fuori dal carcere. Più dentro che fuori.
Non è uno stinco di santo, quello che martedì arriva agonizzante in ospedale. Anche sua madre lo sa. Fiora Lanzutti non si fa illusioni. Ma chiede di parlare con i medici. Racconta che anche con lei, poco tempo fa, Andrea si era confidato. «Se dovesse andarmi male qualcosa - le aveva detto - puoi donare i miei organi». I medici si preparano. Anche il cuore di un gangster può servire a salvare la vita di qualcuno.
Mercoledì mattina Lanzutti muore senza avere ripreso conoscenza. La notizia arriva in Procura. Uno dei fratelli del rapinatore è lì, lo viene a sapere in diretta. Lo vedono che scende le scale piangendo. «Come si fa a morire così a trentasei anni?», dice tra le lacrime. Già, come si fa? Ma si potrebbe aggiungere: come si fa a investire la propria vita tutta dalla parte sbagliata? Come si fa a sparare a bruciapelo a un impiegato postale per rubare mille euro?
Ma la legge non può cavarsela dicendo che la sua fine Lanzutti se l’è cercata. Le norme sull’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine sono abbastanza precise.

Davvero la pistola del gangster si è inceppata mentre cercava di sparare anche ai carabinieri? In che ordine, da che distanza, sono stati sparati i colpi che lo hanno abbattuto? Sono queste le domande a cui dare risposta. Martedì ci sarà l’autopsia.

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