Jean-Paul Vesco, cardinale domenicano, arcivescovo di Algeri, ha costruito la sua vocazione sulle ceneri di un martirio. Nel 1996, mentre era novizio a Strasburgo, sette monaci cistercensi di Tibhirine furono rapiti e poi decapitati nel cuore della guerra civile algerina. Pochi mesi prima, lo stesso destino era toccato a Pierre Claverie, vescovo domenicano di Orano, fatto saltare in aria con una bomba insieme al suo giovane autista musulmano Mohamed Bouchikhi. Erano i diciannove martiri d'Algeria, beatificati nel 2018 proprio a Orano, nella diocesi che Vesco avrebbe poi guidato. Uomini che avevano scelto di restare, sapendo a cosa andavano incontro. Fratelli, nel senso più esigente e scomodo della parola.
Da quella fedeltà nasce L'audacia della fraternità (Libreria Editrice Vaticana), raccolta di interviste, omelie e conferenze in cui Vesco declina il concetto di fraternità come categoria teologica, stile di vita ecclesiale, risposta politica al tempo delle identità chiuse.
Vesco nasce a Lione nel 1962. Avvocato, consigliere comunale a vent'anni, presidente di associazioni studentesche: un cursus honorum laico, brillante, lontanissimo dal chiostro. La svolta arriva nel 1994, a Lisieux, durante un'ordinazione sacerdotale in una comunità carismatica. Racconta di aver udito interiormente una domanda: «Se vuoi essere felice, seguimi». Entra nell'ordine domenicano a trentatré anni. Novizio. L'anno dopo, Claverie viene assassinato. Jean-Paul sente quella morte come una chiamata dentro la chiamata. L'Algeria lo aspetta.
Per quanto composito, il libro è un manifesto. La fraternità, scrive Vesco, non è il «parente povero, un po' romantico» del trittico repubblicano. È la condizione di sopravvivenza dell'umanità nel XXI secolo.
In un'epoca di identità brandite come armi, di fraternità ridotta a solidarietà di clan, Vesco propone qualcosa di radicalmente diverso: la fraternità come rischio, come scelta che espone. I monaci di Tibhirine lo avevano capito prima di Vesco. Lui ha scelto di restare a raccontarlo.