In Veneto Pierferdy perde i pezzi: fuga a destra

Si sfarina anche l’ultimo pezzetto del granitico Veneto bianco. Oggi a Verona Alberto Benetti, assessore all’Istruzione nella giunta Tosi, darà l’annuncio: «Lascio l’Udc e passo al Pdl» in una conferenza stampa insieme con il sottosegretario Aldo Brancher. Benetti è solo uno dei tanti pezzi che si staccano dall’iceberg centrista, in via di scioglimento sotto l’effetto serra della politica dei due forni del leader nazionale. E quanto rimane della piccola montagna bianca alla deriva tra onde azzurre, in questi giorni viene anche picconato dalla presenza della lista di Francesco Pionati, Alleanza di centro, che in Veneto corre a fianco del Pdl.
I transfughi che imboccano le scialuppe d’abbandono non sono pochi; solo nel Veronese si calcola una quota superiore al 50 cento. Ma il fenomeno è regionale. Con Pionati è passato il padovano Lamberto Toscani, ex segretario di Bisaglia, e poi nomi come Iles Braghetto, già parlamentare europeo e assessore regionale, gli ex onorevoli Piergiovanni Malvestio di Venezia e Gigi Dagrò di Vicenza. Riuscirà alla fine il prode senatore Antonio De Poli, portavoce nazionale Udc e fiore all’occhiello di Pier Ferdinando Casini, a contenere questa «bianca» emorragia e trainare la lista verso quel desiderato 8 per cento che in via dei Due Macelli ci si attende?
Soltanto tre domeniche addietro, sul sagrato della grande basilica veronese di Sant’Anastasia, a fine messa, era lo stesso Benetti a raccontare agli amici di essere vicino a De Poli nella stesura delle liste in Regione, forse per sfatare le voci insistenti nella città scaligera che lo volevano ormai attratto dalla «corrente» di Brancher, soprattutto per l’amicizia che lega Benetti e Tosi.
Da quando un altro semperfido di Casini, Stefano Valdegamberi, era stato costretto un mese fa a dare le dimissioni in Regione, in seguito alla politica della stadera, un po’ di qua e un po’ di là, intrapresa dal leader nazionale, si chiacchierava a Verona del «caso Benetti». Giovanissimo politico negli anni ’90, fido di Giulio Andreotti, di innato stile doroteo, profondamente cattolico, l’Albertone, come viene chiamato in città per la sua mole imponente e anche per la sua simpatia che gli ha assicurato un robusto pacchetto di «preferenze», perché l’abilità politica non gli manca, alla fine ha rinunciato ai natali nel suo amato centrismo per iniziare nuova vita tra le file del Pdl, calcando le orme di illustri colleghi, come Settimo Gottardo, ex sindaco di Padova ed ex segretario regionale dell’Udc.
Quando un elettore fermava per le strade di Verona l’assessore di Tosi, la sua risposta era conciliante e divagante: «Ma non guardiamo le inezie! Lega, Udc, Pdl, l’importante è lavorare bene. Poi si vedrà». Da due anni Benetti sedeva sulla sua poltrona con le gambe un po’ instabili ed era sempre riuscito a restare in sella proprio grazie a quel suo innato dondolìo centrista, che nell’antico gergo democristiano si chiamava «barlocar», ovvero la capacità di rimanere in piedi ondeggiando un po’ destra e un po’ a sinistra, e per la quale alla vecchia Dc era stato affibbiato l’appellativo veneto di «barloca».
Ora è tempo di prendere posizione. Non si barloca più, nonostante Pierferdy continui a essere un bell’esempio di questo intramontabile stile antico. Benetti resta vicino al sindaco Tosi, ma slegato dalla sindrome di «fare centro». Come disse proprio Aldo Brancher in un’intervista rilasciata al Giornale qualche tempo fa: «Non vorrei che i due forni di Casini, invece di riscaldare un po’ troppo la pazienza di Berlusconi, alla fine cucinassero lui».