Nel maggio del 1975, sulle pagine del mensile Gong, Riccardo Bertoncelli recensì con malagrazia Crac! (terzo album degli Area), facendolo a pezzi con sufficienza e protervia.
Sul numero successivo la rivista pubblicò una replica di Demetrio Stratos, la voce degli Area, che a sua volta fece a pezzi Bertoncelli e la sua recensione, svelandone le imprecisioni e le approssimazioni sul piano tecnico, musicale, politico. Per definire ciò che era e scriveva Riccardo Bertoncelli in quegli anni, questo aneddoto fa a gara con l'altro, forse ancora più noto, che vide il giovane critico maltrattare Stanze di vita quotidiana, sesto album di Francesco Guccini, riservando al cantautore bolognese e al suo disco parole anche peggiori... salvo poi ritrovarsi tirato in ballo nella celeberrima L'avvelenata di Guccini, unico citato per nome tra i tanti mandati a quel paese in quella canzone di sfogo ed esasperazione: "tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate".
Bertoncelli in quegli anni era così: tranchant, col ditino sempre alzato, armato della presunzione di conoscere tutto lo scibile musicale e di possedere un gusto infallibile, non esitando, in più, ad affidarsi a una scrittura criptica, oscura, talvolta incomprensibile. E ora confesso: mi è sempre stato cordialmente antipatico. Anzi, togliamo pure il cordialmente. Compravo Ciao2001, non Gong, ma mi era bastata la lettura del suo La musica pop. Istruzioni per l'uso e guida ai suoi segreti, edito da Arcana nel 1978, per detestarlo. Il fatto era che facevo parte di un club molto numeroso, qui nella penisola degli anni Settanta, quello dei fanatici del rock progressivo inglese e della sua immagine riflessa e contorta, il rock progressivo italiano. Bertoncelli invece snobbava altezzosamente Van Der Graaf Generator, Gentle Giant, Emerson Lake & Palmer, o peggio ancora i Jethro Tull di Thick as a brick e A passion play, preferendogli cose americane per noi melense e indigeribili, come Bob Dylan, Crosby, Stills, Nash & Young, John Fahey, la musica west coast. In Abitavo a Penny Lane Bertoncelli non ha cambiato idea sulla musica americana contro quella inglese, o tantomeno sul rock progressivo italiano, eppure ho trovato questo libro meraviglioso. Sarà che con il tempo certe tifoserie d'area musicale hanno perso colore e senso; sarà che il critico novarese ha smesso totalmente con la protervia e il ditino alzato; sarà che invece invecchiando con grazia è cresciuto quanto a simpatia, autoironia, disponibilità all'autocritica; ma questo, lasciatemelo dire un'altra volta, è un libro proprio meraviglioso.
È che racconta di un'epoca scomparsa che tutti abbiamo tanto amato e che ci si siamo tutti trovati ad abitare pieni di entusiasmo, pur con i nostri diversi gusti. Chi scrive è nato nel 62, Bertoncelli nel 52, ci dividono 10 anni, ma siamo della stessa generazione, cresciuti con la musica rock come pane quotidiano, un pane di cui avevamo sempre fame, che arrivava razionato e non ci bastava mai. Il senso di meraviglia e l'orgoglio per la scoperta di, per dire, un disco degli Yardbirds, che alla fine degli anni Sessanta erano semisconosciuti in Italia, era pari a quello del ritrovamento esagero, ma forse neanche troppo della mascella di un T. Rex da parte di un paleontologo. In questo libro Bertoncelli ripercorre quell'epoca, in cui le informazioni non circolavano, in cui si autoproducevano rivistine ciclostilate dedicate ai propri idoli aiutandosi con i pochi dischi acquistati, le misere note di copertina e tanta fantasia, un'epoca in cui era paradisiaco scovare un negozio di dischi d'importazione, magari con la saletta d'ascolto dove ti rinchiudevi per ore con il proprietario e qualche adepto barbuto, a percorrere i solchi del nuovo LP di Frank Zappa o dei Jefferson Airplane. Bertoncelli ci racconta della vita che abbiamo sognato tutti vivere ascoltando e parlando di musica e lo fa attraverso la sua biografia (che, ammettiamolo, è quella del più importante critico rock italiano di sempre), servendocela con un sense of humour e una tenerezza capaci di riportarci al batticuore e all'incanto di quei giorni ingenui e pieni di meraviglia.
Gli aneddoti non si contano, Zappa che lo stra-snobba alla loro prima intervista, dove Bertoncelli si presenta con folli domande chilometriche a cui il musicista risponde si, no, non so; il concerto di CSN&Y a Londra a cui non viene invitato, mentre un giornalista di Oggi, rivista a-musicale, invece sì; il litigio storico con il leggendario Paolo Carù (critico e proprietario di uno dei più famosi negozi di dischi), che per anni lo ha privato delle più succulente novità viniliche...
Ma se vi chiedete chi sono questi che ho appena citato ecco, allora state mettendo il dito nella piaga dell'unico problema che potrebbe avere questo libro: chi ha meno di cinquant'anni, oppure di più ma della musica non gli è mai importato molto, ecco, in questo memoir riconoscerà forse il 5 % dei protagonisti e non si divertirà granché. Ma per gli altri, cioè per noi, caspita, che lunapark.