«Le accuse a mia madre? Sono solo bugie»

Una madre - quella di Elisa Claps - che «non perdona» il pubblico ministero Felicia Genovese: «Come fa a guardare i figli negli occhi?». Il figlio della pm sotto «accusa» che - in una lettera inviata al Quotidiano di Basilicata (pubblicata in questa pagina) - difende la mamma: «Sono fiero di guardare mia madre negli occhi...». Quando lo scorso 17 marzo il cadavere di Elisa Claps fu ritrovato nel sottotetto della chiesa Santissima Trinità di Potenza, il Giornale scrisse: «Speriamo che il dramma non si trasformi in farsa...». E questo per il rispetto che tutti dobbiamo verso la memoria di un studentessa innocente di 16 anni uccisa con 13 coltellate il 12 settembre 1993 e nei riguardi dello strazio di una famiglia cui non sono state date risposte nel corso di diciassette - lunghissimi - anni. Dispiace dirlo, ma da un po’ di tempo a questa parte alcuni sviluppi della vicenda Claps hanno assunto i contorni di una amara telenovela. La riprova viene proprio dalle parole usate dalla mamma di Elisa contro la pm (che nel 1993 indagò per prima sulla scomparsa della giovane potentina) e dalla lettera di risposta firmata dal figlio maggiore della dottoressa Genovese. Quest’ultima aveva già ribattuto alle frasi della mamma di Elisa attraverso il suo legale; la lettera del figlio Francesco rappresenta dunque un di più che poteva - e doveva - essere evitato. Anche perché - atti giudiziari alla mano - la pm potentina non ha nulla da farsi perdonare. I rumors e i boatos sul suo conto e su quello del marito (un presunto pentito sostenne che il padre di Restivo avesse versato 100 milioni al marito della dottoressa Genovese ndr) si sono rivelati del infondati. Non solo, ma anche i giudici campani che - dopo l’avocazione del fascicolo-Claps alla Procura di Salerno - hanno passato ai raggi X l’operato della Genovese, hanno definito i sui atti «assolutamente corretti». Questo, ovviamente, non significa che le indagini sul giallo Claps furono esemplari; anzi, possiamo ribadire con certezza che l’inchiesta fu condotta, a dir poco, in maniera negligente. Ma da qui a parlare di «depistaggi» - come ha sempre fatto e continua a fare la famiglia Claps - ce ne corre. E poi che senso ha - adesso - porre l’attenzione su quanto accaduto 17 anni fa? Anche se in un lontano passato furono commessi degli errori, allo stato attuale sarebbe molto più proficuo impegnarsi per evitare che ulteriori errori vengano fatti oggi. E su questo fronte c’è poco da stare allegri. Danilo Restivo, il sospettato numero uno dell’omicidio di Elisa, è infatti sì stato arrestato, ma dalla magistratura inglese e non da quella italiana. Il motivo? Restivo - che da una decina di anni si è trasferito in Gran Bretagna - è accusato anche di aver ucciso il 12 novembre 2002 la sarta Heather Barnett. Scotland Yard il 19 maggio scorso ha preso Restivo e lo ha chiuso in carcere per il delitto Barnett. Il 28 maggio la Procura di Salerno ha notificato a Restivo il mandato di arresto europeo per il delitto Claps. Ma dalla Corte Britannica è subito arrivato lo stop: «Restivo resterà qui». Risultato: ora ottenere l’estradizione di Restivo in Italia sarà complicatissimo. La Procura di Salerno poteva muoversi prima? È su questa domanda che i legali della famiglia Claps dovrebbero concentrarsi. Invece, la sensazione è che attorno ai signori Filomena e Gildo (rispettivamente madre e fratello di Elisa) si sia sviluppato un blob gelatinoso di consiglieri: giornalisti, avvocati, investigatori privati, sacerdoti, tutti in buona fede, per carità. Ma con iniziative spesso sconcertanti: come, ad esempio, una discutibile lettera spedita al Papa e un - ancora più discutibile - appello lanciato al ministro degli Esteri Frattini per ottenere l’estradizione di Restivo. Intanto Restivo resta in Inghilterra. Per lui l’Italia rimane un Belpaese.

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