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Artemisia, la spietata verità della pittura del Seicento

L'artista romana costruisce una visione dove la donna non è più immagine passiva, ma centro dell'azione

 Artemisia, la spietata verità della pittura del Seicento

La Cleopatra di Artemisia Gentileschi è una delle immagini più spietate della pittura del Seicento. Spietata non perché insegua l'effetto, ma perché non concede riparo. Artemisia non salva la regina nella grazia, non la protegge nella nobiltà dell'ultimo gesto, non la trasfigura in una bella morte. La lascia corpo. Corpo esposto, vulnerabile, stanco. È qui che la sua pittura si mostra per quello che è: non ornamento, non allegoria, ma verità. In Cleopatra la regalità non cancella la fragilità, la storia non redime il dolore, la morte non si fa bella per rendersi sopportabile. Restano davanti a noi la carne, la paura, la coscienza della fine. Artemisia non addolcisce nulla. Costringe a guardare.

È da qui che bisogna partire, se si vuole vedere Artemisia davvero. Non dalla leggenda, non dallo scandalo, non dal simbolo che il presente le ha costruito attorno, ma dall'opera. Solo allora torna alla mente la celebre frase che Artemisia affida alla corrispondenza napoletana del 1649 con don Antonio Ruffo, tramandata in italiano nella forma: «Farò vedere a Vostra Signoria Illustrissima quello che sa fare una donna». Più che un motto, è una dichiarazione di sé. Artemisia non domanda riconoscimenti: affida tutto alla prova della pittura.

Nata a Roma nel 1593, figlia di Orazio Gentileschi, cresce nel cuore della stagione caravaggesca. Ma fin dagli esordi si capisce che non è un'eco, non è una derivazione, non è semplicemente la figlia di un maestro. Lo sguardo è suo. Basta la Susanna e i vecchioni del 1610, la prima opera firmata e datata che conosciamo. Basta quel quadro, da solo, per capire che qualcosa è già accaduto. Il soggetto era noto, quasi consunto dalla tradizione: la donna spiata, il nudo femminile schermato dalla morale del racconto biblico, il desiderio protetto da un alibi edificante. Artemisia spezza questo

congegno con una semplicità che è già rivoluzione. Susanna non si offre allo sguardo, lo subisce. Il corpo non si dispone, si ritrae. Le spalle si serrano, il volto si torce, la carne non è più occasione di compiacimento ma luogo di una violenza imminente. Non c'è grazia, non c'è abbandono, non c'è il piacere di guardare. C'è il disagio, e prima ancora del disagio la coscienza del disagio. Qui Artemisia si rivela: il racconto diventa esperienza, l'immagine acquista una verità psicologica che fino a quel momento mancava.

Da quel momento il suo mondo è segnato. Giuditta, Cleopatra, Lucrezia, Ester. Non figure decorative, non exempla femminili buoni per una pittura edificante, ma corpi e coscienze portati all'estremo. Donne che non adornano la scena, la reggono. Donne che non compaiono per essere viste, ma per decidere, soffrire, agire. È qui che Artemisia rompe davvero la tradizione. Il femminile non è più il luogo della bellezza disponibile, ma il luogo del conflitto. Anche quando usa la luce caravaggesca, non la usa come puro fatto stilistico. La luce, in lei, incide, pesa, taglia. Non accompagna il racconto. Lo inchioda. Per questo i suoi quadri, pur pienamente secenteschi, ci appaiono così poco ornamentali e così terribilmente vivi. La Giuditta che decapita Oloferne è il quadro inevitabile. Non solo perché è il più celebre, ma perché è il più inesorabile. Tutto vi accade senza distanza. Giuditta non è un'eroina da teatro sacro, non è un'allegoria della fortezza. È una donna che agisce. La serva l'aiuta. Oloferne si dibatte. Il sangue irrompe non come dettaglio di crudezza, ma come necessità dell'atto. Qui Artemisia non lascia scampo. E tuttavia non c'è nulla di gratuito. La violenza non diventa spettacolo, non si fa mai virtuosismo del macabro. Resta una violenza morale, inscritta nella logica feroce di ciò che sta avvenendo. È questo che rende il quadro così alto: non la brutalità, che pure c'è; non l'energia, che è inaudita; ma la lucidità con cui l'azione viene portata fino alla sua conseguenza. Giuditta non rappresenta la forza. La esercita.

A lungo si è voluto leggere tutto questo attraverso una sola chiave: la violenza subita, il processo, la ferita. Tutto vero. Tutto decisivo. Ma non sufficiente. Artemisia non coincide con la sua ferita. La sua grandezza non sta

nel trauma, ma nella forma che ha saputo dargli senza mai ridursi a esso. Dopo il processo non scompare, non si ritrae, non si lascia definire una volta per tutte da ciò che ha subito. Lavora. Si impone. Va a Firenze. Entra nell'Accademia delle Arti del Disegno. Costruisce una posizione che, per una donna del Seicento, ha qualcosa di straordinario. La sua carriera durerà oltre quarant'anni, tra Roma, Firenze, Venezia, Napoli e Londra. Lo mostrano bene anche le lettere della maturità, dove Artemisia parla di denaro, di consegne, di spedizioni, di commissioni, cioè della sostanza reale del mestiere. Non è soltanto un'artista ispirata. È una professionista che conosce il peso del proprio talento e il prezzo del proprio lavoro. A Napoli dirige una bottega di successo, caso eccezionale per una donna nell'Italia del Seicento. E allora la frase a Ruffo cambia luce. Smette di sembrare un motto. Diventa ciò che è davvero: una promessa di qualità. Non parla una donna che reclama spazio in nome di un principio. Parla una pittrice che sa quanto vale. Questa coscienza raggiunge una forma esemplare nell'Autoritratto come Allegoria della Pittura. Qui Artemisia non si limita a ritrarsi mentre dipinge. Fa qualcosa di più sottile e di più alto. Si identifica con la Pittura stessa. È un gesto di intelligenza straordinaria. Non dice soltanto: io dipingo. Dice: io sono dentro la pittura, e non in posizione laterale, non come presenza tollerata, ma come protagonista. L'autoritratto non vale dunque come immagine privata, ma come dichiarazione pubblica di ruolo. È la forma più alta di autocoscienza artistica. È qui che bisogna cercare la sua vera misura. Non nella leggenda. Non nella sola biografia. Ma nella qualità delle opere.

Da Susanna e i vecchioni a Giuditta che decapita Oloferne, da Cleopatra all'Autoritratto come Allegoria della Pittura, Artemisia Gentileschi costruisce una visione in cui la donna non è più immagine passiva, ma centro dell'azione e della verità. I suoi quadri non cercano indulgenza. Stanno davanti a noi e reggono il giudizio. Per questo la frase iniziale resta la sua definizione più esatta.

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