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E a Venezia il cervo ucraino sorveglia il Padiglione russo...

L'arte non è mai al di sopra della Storia, ma ne è l'espressione più fedele. Tutte le grandi manifestazioni sono influenzate dalla politica

E a Venezia il cervo ucraino sorveglia il Padiglione russo...

nostro inviato a Venezia

In attesa di «migrare» fino alla la Riva Ca' di Dio, all'ingresso dei Giardini della Biennale, c'è un cervo-origami sospeso al braccio di una gru montata su un camion. Si chiama The Origami Deer, lo ha fatto Zhanna Kadyrova, ed era installato dal 2019 nel parco Yuvileyniy di Pokrovsk, regione di Donetsk, sul basamento di un vecchio jet sovietico Su-7. Nel 2024, quando la linea del fronte si è avvicinata alla città, è stato smontato e «evacuato» con l'aiuto di specialisti e operai municipali. Non era stato progettato per essere spostato. A Venezia è in bilico, visibile ma sospeso, come chi l'ha fatto arrivare fin qui. È l'opera che meglio racconta la 61ma Biennale: un esilio diventato scultura, una guerra diventata arte per necessità.

A pochi metri di distanza, ai Giardini, c'è il padiglione russo in allestimento. Costruito ai tempi di Nicola II, restaurato nel 2019, chiuso dal 2022 quando furono gli stessi artisti a ritirare la loro partecipazione dopo l'invasione dell'Ucraina. Quest'anno Mosca ha comunicato il proprio ritorno. La Fondazione, forte del principio che qualsiasi Paese riconosciuto dalla Repubblica italiana può partecipare, ha preso atto. Il padiglione è presente ai Giardini, ma non aprirà al pubblico per tutta la durata della manifestazione. La performance The Tree is Rooted in the Sky sarà accessibile solo a giornalisti e addetti ai lavori. Un teatro visto solo dall'esterno.

La reazione a catena innescata dal ritorno russo ha scatenato una battaglia tra Ministero della cultura e Biennale. Ventidue paesi UE notificano una lettera di protesta al presidente Buttafuoco. La Commissione europea annuncia la sospensione di due milioni di euro di finanziamenti. La giuria internazionale dichiara di non voler assegnare premi a Paesi i cui leader sono sotto mandato della Corte penale internazionale Russia e Israele poi si dimette in blocco. L'artista israeliano Belu-Simion Fainaru minaccia un'azione risarcitoria per discriminazione. Salta la cerimonia inaugurale del 9 maggio: non era mai accaduto. La Fondazione istituisce due nuovi «Leoni dei Visitatori», assegnati dal pubblico, aperti anche a Russia e Israele. Nel catalogo della mostra sparisce la sezione dedicata alla Russia, «in corso di approfondimento alla luce del quadro normativo vigente».

Ca' Giustinian, sede della Fondazione, 29 aprile. Quattro ispettori del Ministero della Cultura entrano con una valigetta e sette pagine di domande, inviati dal ministro Alessandro Giuli. Due giorni di confronto serrato tra tecnici ministeriali e vertici della Fondazione. Il verbale, controfirmato da entrambe le parti e spedito a Palazzo Chigi, chiarisce: nessun invito formale alla Russia, sanzioni rispettate, padiglione destinato a restare chiuso. La Biennale è «assolta», fatto che rafforza la posizione di Buttafuoco. Giuli chiude con una frase secca: «Per me il capitolo Venezia è chiuso, ora è tutto in mano a Palazzo Chigi». Poi annuncia che non si presenterà né alla vernice né all'inaugurazione. Il ministro della Cultura italiano diserta la manifestazione culturale più importante proprio nel momento in cui è diventata il centro del dibattito politico internazionale. Meloni, interpellata, si limita a osservare che «la scelta sul padiglione russo non l'avrei fatta al suo posto». Tutti si defilano con la propria dichiarazione di estraneità, mentre la macchina va avanti da sola. Di Buttafuoco, Giuli dice: «Voleva fare l'ONU dell'arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al Parlamento».

La frattura russo-ucraina è solo l'episodio più visibile. La Fondazione ha confermato l'apertura di tutti i padiglioni dei paesi in conflitto: Russia, Israele. L'Iran si è ritirato ieri. Israele espone all'Arsenale con Fainaru e l'installazione Rose of Nothingness dopo che nel 2024 Ruth Patir aveva scelto di non aprire il padiglione fino al cessate il fuoco a Gaza. La Palestina è assente come padiglione ufficiale, non riconosciuta dallo Stato italiano, e porta la sua voce attraverso eventi collaterali, tra cui il progetto Gaza No Words See the Exhibit del Palestine Museum US a Palazzo Mora. Un appello firmato da artisti e curatori ha chiesto l'esclusione delle delegazioni di Israele, Russia e Usa, citando il precedente del 1974, quando i padiglioni furono chiusi in solidarietà col Cile dopo il golpe di Pinochet. La Storia si ripete, senza quella chiarezza morale: allora c'era un fronte compatto, oggi ci sono conflitti sovrapposti, sui quali non c'è una visione condivisa. L'istituzione veneziana è costretta a equilibrismi.

Il contagio non è iniziato a Venezia e non si fermerà in laguna. «Documenta», la rassegna quinquennale di Kassel, ha visto l'intera commissione selezionatrice dimettersi in blocco nel novembre 2023, travolta dalle tensioni sul conflitto israelo-palestinese. La lettera d'addio dei commissari suonava come un atto d'accusa: non c'è spazio, scrivevano, per «uno scambio aperto di idee» in Germania in questo momento. Dopo una lunga fase di stallo è stata nominata direttrice di «Documenta 16» Naomi Beckwith, vicedirettrice del Guggenheim di New York. La Carnegie International di Pittsburgh sceglie in questa stagione una curatela collettiva che sposta deliberatamente l'asse lontano dai canoni istituzionali occidentali. Per evitare sorprese, ammesso che sia possibile. Il quadro è univoco: non c'è grande kermesse internazionale che oggi riesca a tenersi fuori dalla guerra. La differenza è solo nel modo in cui ci entra.

Lo sapevano già i fondatori della Biennale, che avevano immaginato i Giardini come un'utopica Società delle Nazioni unita in nome dell'arte. Nel 1964 il Gran Premio a Rauschenberg scatenò accuse di interferenza della Cia a favore della Pop Art americana. Nel 1977 la Biennale del dissenso, che ospitava artisti anti-sovietici, scatenò la reazione del Partito comunista. Nel 1980 Kiefer e Baselitz furono accusati di propaganda filonazista al padiglione tedesco.

La Biennale non è mai stata al di sopra della Storia: ne è, semmai, uno dei barometri più sensibili. Il cervo di carta ucraino sospeso a una gru e il padiglione russo aperto a pochi lo fanno capire meglio di qualunque manifesto.

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