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Federazione o impero, ecco le due vie che restano al Mondo travolto dalla violenza

Il grande giurista e presidente del Consiglio nel 1947 delineò i rischi che viviamo oggi. In una prolusione universitaria è concentrata la storia del diritto internazionale e la sua crisi. Che oggi ci pone di fronte ad un bivio pericoloso

 Federazione o impero, ecco le due vie che restano al Mondo travolto dalla violenza

Quando la cenere e la polvere della Seconda guerra mondiale si posarono su un'Europa in buona parte in rovina e su un mondo dagli assetti politici devastati, i giuristi, tra gli altri, si posero il dubbio di come tutto questo fosse potuto accadere. Ma anche di come si sarebbe in futuro potuto evitare.

La riflessione storico-giuridica sul diritto internazionale dovette porsi seriamente il tema: esiste una guerra giusta? Già Erasmo da Rotterdam aveva sollevato lo scettico interrogativo: «Cui non videtur causa sua justa?». Ma la questione era arrivata oltre una soglia filosofica di difficile ritorno. Il diritto è sempre animato dal problema del terzo: il soggetto che dirime la controversia e distingue la ragione dal torto. Questo terzo pronuncia il giudizio, e dovrebbe ricondurre le pretese degli Stati dentro la procedura. Nel Medioevo esistevano delle autorità riconosciute, come l'Impero e il Papato, che spesso erano il terzo, anche solo teorico magari, che poteva determinare la guerra giusta. Ma quel mondo è crollato quando ogni Stato è diventato assolutamente autonomo, superiorem non recognoscens. Crollata la possibilità di decretare la guerra giusta, perso il terzo, il diritto ha cercato di ripiegare sul concetto di guerra illecita.

La crisi delle autorità universali segna il passaggio dalla ingiustizia alla illiceità, alla discriminazione per aver violato il divieto di usare la forza. Un tentativo giuridico di categorizzazione naufragato con la grande guerra.

Naufragato di nuovo con la società delle Nazioni dopo il conflitto. Polverizzato dalla Seconda guerra mondiale. E difficilissimo da far ripartire con l'Onu dopo il conflitto. Anche i due processi contro i vinti, Norimberga e Tokyo, si erano celebrati senza un chiaro contesto giuridico, e avevano fatto discutere.

Tutti temi che vennero affrontati da uno dei più grandi giuristi del primo Novecento italiano: Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952). Orlando, che fu anche politico di grande cabotaggio e Presidente del Consiglio, è noto per aver rappresentato l'Italia nella conferenza di pace di Parigi del 1919 con il suo ministro degli esteri Sidney Sonnino a seguito della vittoria italiana al fianco della Triplice intesa contro gli Imperi centrali. Il ruolo gli valse l'appellativo di «Presidente della Vittoria». Ma nella conferenza la presenza italiana fu ben poco efficace, rispetto alle premesse che avevano spinto il Paese verso il conflitto. Tanto da far parlare di «vittoria mutilata» innescando nel Paese fenomeni come la impresa di Fiume, il biennio rosso e l'ascesa del fascismo.

Esperienza, quella di Parigi, che lo aiutò a metabolizzare quanto fosse difficile il mantenimento di un ordine mondiale. Ora per la Nave di Teseo, con la prefazione di Natalino Irti, un pilastro della giurisprudenza italiana, esce una raccolta dei suoi scritti intitolata La rivoluzione mondiale e il diritto (pagg. 126, euro 19). Il volume ripropone la Prolusione che Orlando, ottantasettenne, pronunciò al reintegro nella cattedra universitaria che aveva abbandonato durante il regime fascista.

Si tratta di un testo stupefacente, sia per capacità di prevedere possibili scenari futuri, sia per la forza letteraria con cui un giurista riesce a raccontare uno scenario di crisi politica quasi fosse uno scrittore di distopie. Il cuore del pensiero di Orlando si innesta sulla lucida distruzione del diritto prodotta dalla tecnica: «Il segno più caratteristico di tutto questo spaventevole trentennio si riassume in una sola parola: distruzione. L'immagine delle nostre povere care città e terre, nell'immane rovina in cui la guerra le ha lasciate, non è neanche essa stessa capace di dare un'idea sufficiente di una tale distruzione; bisogna ricorrere agli effetti di quella scoperta che sembra riassumere in sé il carattere finale di tutta questa storia: la bomba atomica».

Tutto questo provoca la nascita di un'era del diritto dove le sole possibilità aperte per il mondo sono o l'avvento dell'era del più forte, un'era imperiale o la creazione di un panorama federale che garantisca un contesto di sicurezza. Quindi usando le parole di Irti che commenta Orlando la creazione di un terzo non unitario «ma piuttosto una pluralità di organi giudiziari, corrispondente alla pluralità di accordi inter-statali». Insomma già nel 1947 appariva chiaro che fuori dal contesto dell'Onu ogni Stato avrebbe potuto contare solo sulla sua forza di autotutela. Non era ancora invece chiaro come questi meccanismi internazionali si sarebbero via via guastati. Sino a giungere a un oggi dove la crisi raggiunge anche la Nato e i meccanismi federali sembrano faticare moltissimo a reggere il passo dell'attivismo, anche militare, delle grandi potenze.

Il diritto non può trovare soluzioni dove non le trova la politica, e il diritto non può sostituirsi alla politica, anche se a volte potrebbe piacere al giurista.

Certo, leggendo Vittorio Emanuele Orlando, appare chiaro che un grande giurisperito aveva già chiaro decenni e decenni fa quali fossero i rischi. Il testo vale la lettura. Anche per levarsi di dosso quell'immagine di Vittorio Emanuele Orlando che ci si porta dai libri di scuola, un signore con la tuba superato dalla Storia a Parigi. Era molto di più.

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